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La caduta di Conte è la vittoria di Renzi, ma…

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Redazione
03 febbraio 2021 04:59

Alla fine Matteo Renzi ha ottenuto il suo obiettivo: la caduta di Giuseppe Conte. L’incarico che oggi alle 12 Sergio Mattarella conferirà a Mario Draghi fa scattare il conto alla rovescia finale per l’Avvocato del Popolo a Palazzo Chigi: quando l’ex governatore della Banca Centrale Europea tornerà dal presidente della Repubblica per il giuramento dei ministri del suo governo il Conte-Bis uscirà ufficialmente di scena (attualmente è in carica soltanto per gli affari correnti) e, come abbiamo spiegato, questo accadrà anche nel caso (improbabile) che il nuovo esecutivo non dovesse ottenere la fiducia alla Camera e al Senato. Anche se succedesse, ed è molto difficile che accada, sarebbe il governo di Draghi a gestire i giorni, le settimane e i mesi successivi fino alle elezioni o fino a una nuova soluzione del presidente. 

La caduta di Conte è la vittoria di Renzi, ma…

Alla fine quindi è accaduto: il Conte-Ter è saltato perché Renzi ha deciso di rompere definitivamente facendo sapere al presidente della Repubblica tramite l’Esploratore Roberto Fico che non c’era un accordo sulle cose da fare: mentre la sua delegazione lasciava i tavoli del programma con le altre forze di maggioranza, il leader di Italia Viva diceva no anche all’ultima mediazione del presidente della Camera, al quale non è restato altro a quel punto che salire al Colle e sciogliere negativamente la riserva, restituendo simbolicamente l’incarico al Colle. Renzi ha così prima ottenuto le dimissioni di Conte prima del voto sulla relazione sulla Giustizia del suo ministro Alfonso Bonafede, che il governo avrebbe perso rovinosamente dimostrando che non aveva più la fiducia al Senato. Poi ha stoppato il nuovo incarico e il Conte-Ter riuscendo nel piano che prevedeva un incarico esplorativo a un’alta personalità dello Stato (Roberto Fico) e una trattativa sui programmi, sui ministri e sulle altre nomine (Casalino, Arcuri, Tridico, Casalino) che hanno fatto parte della discussione tra i partiti; infine ha fatto saltare il tavolo mandando proprio Fico al Quirinale a mani vuote. 

Cosa era successo prima nei colloqui riservati tra i partiti e perché Renzi alla fine ha deciso di far cadere Conte? Oggi i giornali sono pieni di interpretazioni e racconti a volte divergenti. Il Corriere della Sera scrive che secondo i pontieri Renzi “aveva detto sì a un accordo che prevedeva cinque posti per Italia viva, due ministeri di spesa, un altro senza portafoglio e due sottosegretari”; la circostanza viene furiosamente smentita dai renziani che fanno sapere di aver invece chiesto la testa di alcune personalità del governo (Bonafede e Azzolina) e di aver ricevuto un diniego dal MoVimento 5 Stelle, che aveva anche fatto sapere di voler scambiare il no di Renzi a Nunzia Catalfo con il loro no a Teresa Bellanova.

Il retroscena firmato da Maria Teresa Meli si apre con la “soddisfazione” del senatore di Scandicci, che racconta così ai fedelissimi la fine dei colloqui: “Lo scontro sui contenuti è stato altissimo. Sul Mes, sulla giustizia, su tutto. E ovviamente anche sui nomi. Crimi ha detto che non intendevano cedere su Bonafede e Azzolina, quindi un no a Bonetti alla scuola e uno schiaffo a noi su Bonafede. Lui ha detto che potevano mollare solo la Catalfo, a patto però che noi non mettessimo la Bellanova. Pare ci sia un veto della Cgil. Come non bastasse ci hanno proposto Riccardo Fraccaro e Andrea Orlando vicepremier. Diciamoci la verità, sono loro che non vogliono l’accordo. Mi hanno praticamente detto no su tutto”. E conclude:

A notte Renzi, continuava a compulsare il telefono e a dire ai suoi parlamentari: «Ora tutto è nelle mani di Mattarella, quindi affidiamoci alla sua saggezza». Poi nella chat ristretta, quella degli ultra fedelissimi, si prendeva lo sfizio di scrivere: «Come avevo detto, dopo le dimissioni di Conte? Noi contro il resto del mondo uno a zero? Beh, ora siamo tre a zero…».

Così il Conte-Ter può saltare oggi

Renzi: “Ho vinto 3 a 0”

Repubblica racconta che Renzi aveva chiesto per Elena Bonetti, già ministra della Famiglia poi dimissionaria, il ministero della Pubblica Istruzione. E che aveva messo nel mirino anche Roberto Gualtieri, ministro dell’Economia: “Ho chiesto un sesto del Mes, sono sei miliardi per la sanità, non ne avete nemmeno voluto parlare. Datemi un segnale”. Infine l’addio con sfottò, arrivato alle 16,22 di ieri, martedì 2 febbraio: “Mi state proponendo di votare un governo con Conte premier, Orlando e Fraccaro vice, Di Maio agli Esteri, Bonafede agli Interni. Poi cosa? Casaleggio alla Difesa? Votatelo voi, io vi saluto, bye bye”. La chiusura definitiva della partita è arrivata alle 18: 

Di ogni mossa, di ogni passo, il leader di Italia Viva sostiene di aver informato il Quirinale. «Ho fatto una promessa a Mattarella — dice nelle conversazioni con i suoi fedelissimi — mi sono impegnato a lavorare sul serio a un governo politico ed è quello che ho fatto». Alle 18, avverte Franceschini: «È finita. Davanti all’arroganza di chi non ha voluto cambiare nulla noi non possiamo che tirarci indietro».

Che Renzi avesse già scelto Mario Draghi come premier lo avevano fatto capire i renziani che non smentivano che il leader di Italia Viva e l’ex governatore della Banca Centrale Europea, attualmente alloggiato in un ufficio a Palazzo Koch vicino all’attuale governatore di Bankitalia Ignazio Visco in via Nazionale, si fossero sentiti nei giorni precedenti. Evidentemente quelle telefonate servivano a sondare l’eventuale disponibilità di Draghi ad avere un ruolo in un prossimo governo, anche se è evidente che nessuno poteva pensare a una svolta così veloce in poche ore. Ora però per Italia Viva si apre uno scenario complicato: perché ha già annunciato, insieme a Forza Italia, il suo sì alla fiducia ma non sa se davvero gli altri partiti accetteranno questa soluzione. L’ago della bilancia è Salvini: è la Lega che consentirà o meno a Draghi di arrivare a quella “maggioranza ampia” a cui ambisce. Ma il Capitano ha già chiesto qualcosa in cambio, ovvero una data certa per le elezioni. Che però, se si arriva fino a luglio, non potrà che essere quella di gennaio 2022 (al più presto) visto che alla fine del mese scatta il semestre bianco e non si può votare fino all’elezione del prossimo presidente della Repubblica (uno dei candidati, fino a ieri e oggi ancora di più, era proprio Draghi). Si potrebbero sciogliere le camere a fine maggio per andare a votare alla fine di luglio, o meglio questo potrebbe chiedere la Lega in cambio dell’appoggio. E a quel punto Renzi si dovrà presentare alle elezioni. Non certo con il Partito Democratico e nemmeno con il Carroccio o Fratelli d’Italia. Gli resta Forza Italia, se Berlusconi decidesse di non allearsi con Salvini e Meloni per correre da solo (ipotesi che ad oggi non è sul tavolo). Renzi rischia di dover correre da solo quindi. A meno che un cambio di legge elettorale non lo favorisca. Ma quale?

Chi è Mario Draghi, chi voterà il suo governo tecnico e cosa succede adesso

Come l’ha presa il Partito Democratico

E il Partito Democratico? L’AdnKronos scrive che per i Dem le cose stanno in modo opposto. E quello che resta a sera è che la linea su cui tutti i dem avevano dato mandato al segretario Nicola Zingaretti – quella di tentare la possibilità di ricostituire una maggioranza con Iv attorno a Conte – è fallita. Certo, per colpa di Renzi. Ma di fatto da stasera si apre uno scenario che i dem non avevano perseguito come piano A per uscire dalla crisi. E anche la possibilità accarezzata da alcuni nel Pd -quello del voto anticipato- è stata tolta dal tavolo, con motivazioni argomentate, dal presidente Mattarella. E’ attesa una Direzione in cui, come spiega Andrea Orlando, “faremo le nostre valutazioni”. Sembra difficile che il Pd non sosterrà la proposta del capo dello Stato su Mario Draghi. E in tarda serata arriva un post del segretario Nicola Zingaretti: “Da domani saremo pronti al confronto per garantire l’affermazione del bene comune del Paese”. E aggiunge: “Abbiamo fatto davvero di tutto per ricostruire una maggioranza, in un momento difficile. Il presidente Mattarella, che ringraziamo, con la sua iniziativa ha posto rimedio al disastro provocato dalla irresponsabile scelta della crisi di governo”. 

Ma certo a sera i dem sono scossi. Dal loro punto di vista la giornata era iniziata con un mood diverso. Trattativa in salita, per carità. Ma c’era una trattativa e l’impressione che, pur tra mille difficoltà, rilanci di Renzi, giochini e veline, alla fine ci fosse una possibilità per il Conte Ter. Il tutto è naufragato nel pomeriggio con la fumata nera nel faccia a faccia tra i big con Renzi, Dario Franceschini, Vito Crimi e Roberto Speranza. La conferma poi nell’ultimo giro del presidente Fico prima di salire a Colle. Lì si è avuta la conferma che il Conte Ter non c’era più. E insieme salta anche lo schema di un’alleanza con i 5 Stelle con l’avvocato a fare da punto di equilibrio. “Renzi aveva fatto richieste sugli assetti di governo e poi è arrivata la rottura inspiegabile”. hanno commentato a caldo dal Pd. “Nonostante la disponibilità della maggioranza ad accogliere Iv nel governo, Renzi ha deciso di rompere. Iv non può pretendere di scegliere i ministri degli altri partiti”. Una rottura, si specifica, “non solo con Conte ma con gli alleati”. E la motivazione la dà Orlando in tv: l’esito della trattativa, dice, conferma quanto aveva il vicesegretario del Pd aveva detto dopo il primo strappo di Renzi. Ovvero, scelte -quelle del leader di Iv- che seguono un preciso disegno politico: sfasciare il centrosinistra e il Pd.

“Probabilmente Renzi riteneva che questa formula e questa alleanza non era preferibile, voleva altre alleanze, ha trovato il modo per provare a costruirne altre. Secondo me è un errore enorme. Ho sempre pensato fosse questo l’obiettivo di Renzi fin dall’inizio, ma fino all’ultimo ho lavorato perché ci fosse la controprova. Purtroppo i fatti non mi hanno smentito”. Ora si apre uno scenario nuovo e i capigruppo dem, Marcucci e Delrio, escono per ringraziare il presidente Mattarella “per la sua saggezza”. Un apprezzamento condiviso da Orlando che però in tv avverte che comunque l’uscita dalla crisi non sarà semplice. “Raccogliendo la spinta che viene dal presidente della Repubblica, da un lato bisogna riconoscere che si tratta di un fallimento della politica, ma anche che i nodi politici non sono sciolti con la scelta del nome, perchè la gestione del Recovery implica una serie di scelte di carattere politico molto importanti”. E aggiunge: “Draghi? Una grande personalità è un punto di partenza importante ma non risolutiva se non c’è una maggioranza che può accompagnare un percorso politico”.

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