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«Avevo deciso di chiamare mia figlia Magdalena ma, a un mese dal parto, ho cambiato idea: no, sarà Adriana, come Adriana Lecouvreur. Ora lei ha nove anni e io canto per la prima volta l’opera di Francesco Cilea!». Kristine Opolais è più che entusiasta per lo spettacolo che doveva aprire la stagione del Teatro Comunale di Bologna ed è diventato un film per la tv, in onda su Rai 5 il 10 marzo.

«Rosetta (Rosetta Cucchi, la regista, mentre direttore d’orchestra è Asher Fisch, ndr) ha rivisitato la storia della Lecouvreur, una rivoluzionaria attrice settecentesca, ambientandola in quattro epoche diverse e trasformandola in un omaggio al palcoscenico e al cinema» anticipa il soprano lettone.

Kristine Opolais in “Adriana Lecouvreur” a Bologna (foto Andrea Ranzi).

Momenti amari

Quali aspetti di Adriana la attraggono tanto?


Nel tempo ho cambiato la mia visione, ne ho capito la complessità: prima mi colpiva la dolcezza, oggi ne percepisco tutta la fierezza e il carattere. È più forte di qualsiasi uomo e solo una donna davvero forte può concedersi di essere dolce. Però si perde per amore.

Cosa si augura che quel nome porti in dote a sua figlia?


La forza, appunto. È intelligente e sensibile, purtroppo le devo insegnare a non essere così naive e così aperta: questo mondo è crudele, ci dobbiamo proteggere. Voglio che capisca che può fidarsi solo della mamma, del padre (l’ex marito, il direttore d’orchestra – suo connazionale – Andris Nelsons, ndr) e di mia madre, che si occupa di lei a Riga se sono via.

Quanta amarezza…


Sono cresciuta negli anni di passaggio dall’Unione Sovietica all’indipendenza, ho vissuto momenti duri. Che, però, sono stati utili ai fini dell’arte: è inutile che i registi mi spieghino come rappresentare il dramma, lo conosco. Per le nuove generazioni è più difficile perché sono stati bambini felici (molto bene per il loro karma, meno bene per il loro talento): non sanno cosa significhi soffrire, non sanno cosa significhi essere affamati e non essere sicuri di avere da mangiare l’indomani.

Quando è successo?


Avrò avuto 18 anni: mia madre è stata ricoverata a lungo in ospedale, mio padre non c’era; vivevo in una zona pericolosa, più volte sono stata derubata e picchiata per strada da teppisti e spacciatori. A salvarmi è stata una famiglia di zingari, che erano miei vicini: mi hanno offerto cibo ogni giorno e si sono presi cura che non venissi infastidita. Nessun altro mi aveva aiutata. Ho visto e attraversato cose davvero spaventose, cose orribili, ma al tempo stesso ho scoperto quanto la vita possa essere bella e quanto le persone possano essere buone. Devo ringraziare Dio – e il passato – perché sono in grado di distinguere il bene dal male, il bianco dal nero.

Kristine Opolais (foto Elena Nezenceva).

“Volevo diventare attrice”

E il canto come è arrivato?


Mia madre voleva che diventassi una cantante lirica e – quando era ancora ricoverata – le avevo promesso che avrei studiato: desideravo troppo farla felice! Io, in realtà, sognavo di lasciare Riga e di avere una carriera cinematografica in America. Pazienza, ormai avevo promesso. A poco a poco ho cominciato ad appassionarmi, sono entrata all’Opera di Riga e ho realizzato che, in definitiva, era comunque un modo per recitare. Per me l’importante è l’interpretazione, non il canto. So che qualcuno storce il naso, ma è la verità (ride). Ho un approccio emotivo, non “meccanico”.

Ma non è sfibrante trovare ispirazione nel dolore? Ogni sera deve morire sul palco…


Se sono connessa con il ruolo, non mi pesa, anzi è catartico: la voce esce fuori con l’emozione della musica.

Kristine Opolas in “Adriana Lecouvreur” a Bologna (foto Andrea Ranzi).

Da Riga a Bologna: i momenti chiave della sua carriera?


La mia audizione a Vienna per Eugenio Onegin. Il regista mi bocciò («Troppo sexy, troppo “hot” per impersonare Tatiana» disse) ma il direttore d’orchestra, Daniel Barenboim, mi chiese di cantare qualcosa da Tosca. Era il mio giorno fortunato: mi ero preparata Vissi d’arte per pura intuizione, non era assolutamente prevedibile! Mi ha subito convocato a Berlino per un’altra audizione.

E da lì è decollata.


No. Sono tornata all’Opera di Riga e non ho più avuto notizie. Qualcuno mi prendeva in giro: «Eh, la famosa audizione non era andata così bene»… La gente è crudele e invidiosa. Dopo otto mesi il maestro mi ha chiamato alla Staatsoper proprio per Tosca, e mi ha messo sotto contratto anche per Il giocatore di Prokofiev, una coproduzione con la Scala. Così ho fatto il salto da Riga a Berlino, e da Berlino a Milano. Poco dopo, Rusalka di Dvorák a Monaco mi ha aperto le porte della Royal Opera House a Londra e del Metropolitan a New York.

Kristine Opolais in “Adriana Lecouvreur” a Bologna (foto Andrea Ranzi).

L’impresa di New York

Era il 2014, e lì realizzò una vera impresa.


La sera avevo cantato Madama Butterfly, la mattina dopo mi hanno chiamato per sostituire la collega malata come Mimì alla matinée di La bohème: «Inizi tra cinque ore». Ho rifiutato. Qualche minuto dopo ho richiamato… Il cervello diceva: non farlo; l’intuito diceva: vai! In breve? Ho avuto altri cinque contratti al Met.

Il grande potere dell’intuizione. Crede nella “magia”?


Credo solo nella magia! E devo constatare che purtroppo la magia si è sospesa nella mia vita quando ho smesso di seguire l’istinto e ho seguito i pareri altrui. Oggi, quando i giovani mi chiedono, rispondo: «Vi consiglio di non seguire i consigli». Il mio motto è: se non ti prendi un rischio, non bevi champagne.

E nell’amore ci crede?


È problematico, ma sì, credo ancora nell’amore. In ogni tipo di amore: per i figli, per il lavoro, per il compagno, per i genitori e per il tuo Paese. Solo l’amore può salvare il mondo: le cose fatte senza amore sono fake e quel che è falso prima o poi crolla, solo con l’amore puoi creare qualcosa che dura a lungo. Dimenticavo una precisazione: devi amare e devi credere in te stesso. Sono sicura che alla fine arriverà la persona giusta, perché adesso so cosa voglio: il rispetto, innanzitutto.

Kristine Opolais (foto Tatyana Vlasova).

Oggi nella sua vita non c’è spazio per una relazione?


No. L’amore drena energie, al momento sono ancora un po’ delusa e preferisco focalizzarmi su mia figlia e sul lavoro.

Aiuta o complica avere un partner dello stesso ambiente?


La cosa difficile, viaggiando di continuo, è trovare un partner che non sia del tuo ambiente! Non è una buona idea: sull’onda dell’emozione musicale, ci illudiamo di amarci, ma quando si passa a un nuovo progetto e le strade si separano, comincia la sofferenza. E uno dei due inizia a tradire. In genere i maschi, che sono più deboli delle donne. Hanno bisogno di qualcuno che ripeta loro quanto sono brillanti… Un vero uomo non ha bisogno di sentirsi ripetere quanto è grande. Lo sa da sé.

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