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«Io, penalista, ora chiedo il processo da remoto»

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Un’inspiegabile disparità, favorita da un vuoto normativo che mette a rischio i penalisti e la stessa amministrazione della giustizia.

È quella che denuncia Vania Cirese, penalista esperta in responsabilità sanitaria, che in una lettera indirizzata alla ministra della Giustizia Marta Cartabia e al presidente del Consiglio Mario Draghi chiede un protocollo nazionale che consenta agli operatori della giustizia che lo richiedano di lavorare in sicurezza da remoto fino alla fine dell’emergenza, «nel riconoscimento del valore di ogni vita». L’avvocata prende spunto dalla situazione della sua regione di residenza, l’Alto Adige, dove le restrizioni sono aumentate per far fronte all’aggressività della variante sudafricana del virus.

Restrizioni che hanno ridotto i contatti praticamente a zero, finanche all’interno dei singoli nuclei familiari, proprio per evitare ulteriori contagi e vittime.

Prima della pandemia, Cirese, così come gli altri avvocati italiani, era abituata ad attraversare l’Italia per difendere i propri clienti nei diversi uffici giudiziari del Paese. Ma ora, a causa dell’età, è soggetto a rischio e, pertanto, costretta ad evitare ogni situazione di possibile contagio.

L’attività negli uffici è attualmente regolata dal dpcm 137/ 2020, che ha consentito la digitalizzazione delle attività nel corso delle indagini preliminari, udienze preliminari e camerali, così come stabilito dall’articolo 23.

Ma c’è un buco del decreto, denuncia Cirese, la cui interpretazione letterale porterebbe ad un rigetto automatico delle richieste di trattazione da remoto per il momento della formazione della prova, «ritenendo ostativo il dettato normativo in relazione al dibattimento».

Così mentre da un lato scuole ed esercizi commerciali sono chiusi per evitare ogni possibile rischio, gli avvocati, anche quelli più in pericolo, sono costretti a spostarsi, col rischio di diventare veicolo del virus tra colleghi, magistrati, funzionari amministrativi, clienti e familiari.

«Quasi che per questa categoria di cittadini o il virus non esista o li veda immuni o per essi ci sia licenza di infettarsi, di contagiare altri soggetti e rischiare di andare in rianimazione o morire», denuncia Cirese. I casi di contagio tra avvocati sono altissimi.

E nonostante questo, i vari Tribunali d’Italia hanno agito in maniera disomogenea, con protocolli diversissimi tra di loro, affidando alla discrezionalità dei singoli magistrati i criteri di svolgimento delle udienze. Una situazione che ha costretto gli avvocati a dover peregrinare da una cancelleria all’altra per scoprire, volta per volta, le regole di comportamento da rispettare. Il tutto a scapito della salute degli avvocati, afferma la penalista, che lamenta, dunque, un «trattamento discriminatorio».

L’appello non è ad una totale remotizzazione delle udienze, respinta con forza, nei mesi scorsi, dall’Unione delle Camere penali, che paventavano di una compressione del diritto alla difesa. Ma a consentire, a chi ne fa richiesta per le più diverse ragioni, di poter lavorare da remoto, così come avviene per la Corte costituzionale, dal momento che tutti gli uffici sono muniti della piattaforma Teams e a fronte dalle ingenti risorse investite nella digitalizzazione, indicata anche dal Piano nazionale di ripresa e resilienza come «priorità per il futuro della giustizia italiana».

A riprova dell’urgenza di un intervento in tal senso, Cirese elenca le condizioni disastrose dei Tribunali italiani, dove gli assembramenti sono all’ordine del giorno, a causa, molto spesso, di problemi strutturali inaggirabili o di una gestione delle udienze non ottimale.

Ma cita anche il fatto che il dpcm preveda il collegamento da remoto per gli imputati detenuti e la presenza fisica per i processi a piede libero. Inoltre, «nessun operatore della giustizia viene testato e la maggior parte dei soggetti non è vaccinata», spiega, evidenziando l’inidoneità «del mero presidio di misurazione della temperatura all’ingresso di alcuni ( non di tutti) gli uffici giudiziari».

E ciò a fronte di una scarsa sanificazione dei presìdi, sistemi di aerazione inefficienti e aule spesso prive di finestre, mentre i processi vengono svolti a porte chiuse.

Il che tira in ballo un’altra domanda: venendo meno il principio di pubblicità, quale problema creerebbe la partecipazione da remoto per chi ne manifesta l’esigenza?

Da qui la richiesta di un protocollo nazionale che faccia andare avanti la giustizia senza mettere a rischio la salute.

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