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Domenica la polizia del Myanmar ha usato gas lacrimogeni, granate stordenti e proiettili veri sparati in aria per cercare di disperdere le grandi manifestazioni contro la giunta militare, nel più significativo inasprimento della repressione da quando è avvenuto il colpo di stato, lo scorso primo febbraio.

Sette persone sono morte negli scontri: tre di loro nella città di Dawei (dove almeno altre venti persone sono state ferite), altre due nella città di Mandalay. La sesta persona è morta a Yangon, dove l’intervento della polizia è stato così aggressivo che i medici che stavano scioperando contro la giunta militare sono dovuti rientrare in servizio per curare i manifestanti feriti. Una donna che stava partecipando a un corteo di insegnanti a Yangon, infine, è morta di infarto dopo l’intervento della polizia con granate stordenti.

Sui social network hanno cominciato a circolare alcuni video girati a Yangon che mostravano alcuni manifestanti trasportare al sicuro persone gravemente ferite. In uno dei video si vede un uomo a terra, immobile. Non è ancora chiaro come sia morto l’uomo (sarebbe arrivato in ospedale con un proiettile nel petto, secondo quanto ha riferito a Reuters il medico che l’ha soccorso), ma si sa che la polizia ha sparato in aria vere munizioni a Hledan Junction, un punto di incontro per i manifestanti.

Sempre a Yangon, la polizia ha fatto uso di gas lacrimogeni contro un corteo di 10mila manifestanti (uno dei diversi cortei che che componevano la grande manifestazione in città) costringendoli a cercare riparo in abitazioni private.

Dopo le violente risposte della polizia degli ultimi giorni, alcuni manifestanti hanno cominciato a fare uso di elmetti, maschere a gas e occhiali protettivi; alcuni di loro hanno costruito barricate nelle strade di Yangon per impedire alla polizia di caricarli. Secondo la tv di stato, 470 persone sono state arrestate

Le proteste proseguono ormai da più di tre settimane e riprendono vigore a ogni weekend: si sono svolte in molte città del paese, con la partecipazione di centinaia di migliaia di persone. È inoltre in corso uno sciopero nazionale, a cui stanno partecipando medici, ingegneri, lavoratori delle ferrovie e contadini, tra gli altri: lo sciopero ha bloccato il paese, paralizzando di fatto anche la giunta. Tra le richieste dei manifestanti c’è la liberazione di Aung San Suu Kyi e di altri membri del suo partito, la Lega nazionale per la democrazia (NLD), che aveva vinto nettamente le elezioni dello scorso novembre, nonostante i militari sostengano senza prova che siano il risultato di brogli. Aung San Suu Kyi è sotto processo con l’accusa di aver violato le restrizioni alle importazioni e una legge sulla gestione dei disastri naturali.

Sono comunque accuse pretestuose e per cui rischia condanne rispettivamente a 6 e a 3 anni di carcere. Il processo è iniziato in segreto il 16 febbraio: il suo avvocato non era stato nemmeno avvisato della prima udienza, che si è conclusa prima del suo arrivo. La prossima è fissata per domani, primo marzo.



(EPA/LYNN BO BO)

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