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Non è facile far domande a qualcuno che ha un milione di interviste alle spalle. E che della controparte pensa: «squali che fiutano il sangue». Eppure, nonostante la colorita similitudine, l’interesse di Brooke Shields per il macabro e per il dramma è quasi nullo. Ha contemplato a distanza ravvicinata tutti i pericoli (essere negli anni ’80 la teenager più famosa del pianeta), ma è riuscita a evitare ogni trappola. «Non sono mai diventata una figura tragica» dice, anche se le condizioni perché succedesse erano tutte a portata di mano.

Brooke Shields: come mi sono salvata

Racconta a iO Donna: «Come mi sono salvata? Non c’è una ragione sola. Mia madre era forte, ma ho anche dovuto prendermi cura di lei a un certo punto. Ho avuto un padre meraviglioso, sono sempre stata parte della sua vita e della sua nuova famiglia e le mie sorelle e la mia matrigna vivevano in un mondo diverso dal mio. Sono sempre andata a scuola e poi all’università. Quei quattro anni sono stati fondamentali per me. Non ho mai vissuto a Hollywood. Non ho mai preso droghe perché non volevo perdere la capacità di concentrarmi. Se non sei presente a te stesso, gli altri possono farti perdere l’equilibrio. E poi c’era qualcosa nel mio carattere, una sorta di testardaggine che mi impediva di adagiarmi nell’idea che essere un dato statistico fosse inevitabile. Non volevo diventare l’ennesima attrice che finisce in disgrazia».

Brooke Shields, ci vuole un fisico al top per resistere nell’acqua gelida

Non è andata così, infatti, anche perché la vocazione che tardivamente dice di aver scoperto non è quella della tragedia, ma della commedia: «Suddenly Susan, la serie che ho fatto negli anni ’90 è stata una rivelazione: per la prima volta mi è stato permesso di essere divertente. Ed è stato come rinascere. La commedia romantica poi mi rende particolarmente felice».

Felicità le avrà certo dato il suo ultimo film, A Castle for Christmas (su Netflix) in cui è una scrittrice americana che, in fuga da un insuccesso, si rifugia in un castello in Scozia, dove fa la conoscenza di un castellano in kilt.

A Castle For Christmas. Brooke Shields e Cary Elwes.

A Castle For Christmas. Brooke Shields e Cary Elwes.

Per una che è stata prima modella e poi attrice, che ha ballato e cantato a Broadway, e la cui carriera è iniziata a 11 mesi in una pubblicità di prodotti per l’igiene personale, non è facile tirare le fila. O trovare una ragione per farlo. «Mi sembra di avere appena cominciato» racconta. «Mi sveglio ogni mattina pensando alle cose nuove che mi aspettano. Non sono mai stanca del mio lavoro e mi sento come una bambina».

La sua storia conta più di una transizione riuscita. Nel passaggio dalla carriera di modella a quella di attrice cosa si era portata dietro?

Posare per foto di moda non è così diverso da recitare, non è un’operazione statica. La preparazione assomiglia a quella per la costruzione di un personaggio. Trucco e acconciatura aiutano a cambiare il tuo linguaggio del corpo. Ma quando io ho cominciato, la transizione dalla moda alla recitazione non era possibile. O eri una modella o eri un’attrice e i due mondi non si incontravano. Ora è tutto diverso.

Di recente ha rievocato lo scandalo provocato dalla campagna pubblicitaria di Richard Avedon per Calvin Klein quando aveva solo 15 anni. Come pensa che verrebbe accolta ora la battuta: «Vuoi sapere che cosa c’è tra me e i miei jeans? Niente»?

Difficile fare un confronto tra le epoche. Ora probabilmente la censura sarebbe più severa, ma le immagini che vedo su Instagram presentano un’idea della donna molto più sessualizzata di quella pubblicità. Che era molto intelligente, densa di riferimenti letterari e artistici – sia che la macchina fotografica riprendesse l’interno delle mie gambe oppure no. Oggi forse qualcuno avrebbe problemi con quelle inquadrature, ma resta il fatto che vedo di peggio sui social.

Brooke Shields in Laguna blu.

Brooke Shields in Laguna blu.

Brooke Shields

Foto di Anthony Maule. Fashion editor Fabio Immediato. Trucco Sam Addington. Capelli Matthew Monzon. Camicia e giacca Gucci.

I film che ha girato nell’adolescenza, Laguna Blu, Amore senza fine, Pretty Baby, e quegli spot considerati osé in realtà definirono un’epoca, alle ragazzine parlavano di desiderio, di sessualità. In Italia, paese cattolico, non c’era una conversazione su questi temi.

Allora ero così immersa in quello che facevo che non vedevo le cose da un punto di vista culturale. Io volevo solo fare un buon lavoro e avere l’approvazione delle persone per cui lavoravo. Volevo piacere e volevo essere un buon membro del team, erano tutti più grandi di me… Non avevo la consapevolezza per candidarmi al ruolo di icona culturale o di emblema di una fase della storia del costume. Anche perché può succedere o no. A me è successo, ma vedo un sacco di gente che ci prova e fallisce. Non sono fenomeni governabili. E anche io sono cattolica…

In una intervista televisiva oggi visibile su Youtube per Amore senza fine, la giornalista cercava a tutti i costi di mostrare incoerenza tra la sua fede religiosa e la componente erotica del film. Era sottoposta a grandi pressioni già a quell’età. Ma se l’è cavata piuttosto bene in quell’occasione.

L’ho rivista anche io di recente quella intervista… Sono piuttosto orgogliosa perché non sono crollata mai. Ricordo che pensavo «puoi farmi tutte le domande che vuoi ma io non cedo. Non ti darò quello che vuoi. La mia verità è in quella risposta. Non cadrò nella tua trappola, solo perché sono giovane non vuol dire che io sia inesperta».

Fa venire in mente un motto di sua madre: “Never let them see you swept”. Non fargli vedere che stai sudando.

(ride) È vero. Certi giornalisti sono come squali, annusano il sangue e attaccano. Fin da piccola ho imparato a restare calma e salda. Non sono mai stata una vittima. E mia madre era fantastica in questo. Era una donna cresciuta in un contesto duro, nel New Jersey, e la frase che lei ha ricordato significava: “Non importa quello che stai provando, non mostrarlo a chi ti attacca e sii l’avvocato di te stessa”. E poi essere famoso non è una qualità, è qualcosa che accade oppure no, non c’è differenza tra la fama e l’infamia, per come la vedo io. Sono accadimenti del destino.

Brooke Shields Nella serie tv Suddenly Susan.

Nella serie tv Suddenly Susan.

Brooke Shields: una bambina senza infanzia?

Brooke Shields

Dal servizio per iO Donna. Foto di Anthony Maule. Fashion editor Fabio Immediato. Trucco Sam Addington. Capelli Matthew Monzon. Maglia a collo alto con stampa Prada.

Nella sua autobiografia, Open, Andre Agassi le dedica più di una pagina (sono stati sposati dal 1997 al 1999). Racconta della telefonata che Michael Jackson le fece al suo risveglio dopo un’operazione al piede. E di come lei lo difendesse sostenendo: «È come noi, un altro bambino prodigio che non ha avuto un’infanzia». Sente di aver fatto parte del club dei bambini privati dell’infanzia?

Quella è l’interpretazione che Andre ha dato di quella telefonata. Ma io ricordo bene quello che ho detto. Con “è come noi” mi riferivo al fatto che comprendevo cosa significasse per una persona di talento vivere in un mondo che pretende qualcosa da te e che in Michael c’era anche l’aspirazione normale a ridere e godersi la vita. Non ho mai usato per me stessa l’espressione “bambina prodigio”, ma penso che Andre fosse davvero un prodigio. Forse lui sente di essersi giocato l’infanzia, ma io no. La mia è stata ricca e bella, non ho mai perso un giorno di scuola, sono stata una cheerleader e nella mia vita c’è sempre stato un senso di normalità. Mia madre ha fatto in modo che avessi delle amiche, e non mancavano occasioni per divertirsi come facevano le bambine della mia età.

Ha mantenuto la normalità, pur circondata da miti. Andy Warhol, Mikhail Baryshnikov, lo studio 54… Qual era allora la sua idea del talento e come ha coltivato il suo?

Io sono sbocciata tardi. Forse perché fin da piccola tutta l’attenzione era concentrata sulla mia esteriorità. Film come Laguna Blu, Amore senza fine, Pretty Baby non mi hanno insegnato niente. Tranne Louis Malle, nessuno dei registi per cui ho lavorato ha nutrito il mio talento, nessuno mi ha aiutato, servivo per il box office. Per imparare sono stata io a dover rubare briciole di mestiere. Quando a 16 anni ho partecipato ai primi sketch per Bob Hope, ho capito che la mia casa era la commedia. Ma ho impiegato anni a riconvertire la mia storia in quella direzione.

Brooke Shields In Pretty Baby.

In Pretty Baby.

Nemmeno i colleghi le hanno dato una mano?

Susan Sarandon (era sua madre in Pretty Baby, ndr) era più grande, aveva esperienza, era rispettata. Più di me certamente perché ero una bambina, ma la star del film ero io. La dinamica era bizzarra. Mentre era incredibilmente ricca la relazione che avevo con le maestranze sul set. Le sarte, i macchinisti, gli autisti, gli elettricisti erano i miei protettori, i miei salvatori.

Nelle interviste o nel suo memoir There was a Little Girl: the Real Story of My Mother and Me, non ha avuto pudori nel condividere i momenti più difficili della sua vita, come la depressione post-partum e la relazione difficile con sua madre.

Per tutta la vita tutti hanno avuto un’opinione su di me, su mia madre, sulla nostra storia. Ho sempre saputo che un giorno l’avrei raccontata con parole mie. Anche perché le durezze che ho sperimentato, una madre alcolizzata, la depressione post-partum, il dover fare i conti ogni giorno col giudizio degli altri, non sono solo le mie. Perciò ho raccontato la mia storia, per andare in cerca di persone che mi somigliassero.

Parla spesso del giudizio degli altri su di sé: è stata nominata ai Golden Globe due volte per Suddenly Susan, ma anche ai Razzie Award, i premi che si danno alle performance peggiori, per Sahara e Laguna Blu. L’ha fatta dubitare di sé?

Le nomination al Golden Globe hanno rappresentato il primo momento in cui ho sentito di avere un riconoscimento per il mio talento. Quando ero giovane se in una stanza c’erano dieci persone che mi apprezzavano e una che non lo faceva, io mi concentravo su quella persona. Mia madre mi ha protetto per quanto ha potuto. Mi diceva: “Tesoro, anche la cattiva stampa è stampa”.

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Dopo aver lavorato per anni come modella qual è oggi il suo rapporto con la moda?

Per lungo tempo ho sentito di essere la visione di qualcun altro, i registi, i fotografi. Quando non ero al lavoro indossavo jeans, t-shirt e sneaker per tenere separati i due mondi: io da una parte, la loro visione dall’altra. Ora che sono invecchiata ho iniziato a desiderare di avere uno stile mio, ma che non ho ancora scoperto del tutto. Fino a ieri il mio guardaroba era un’infilata di personaggi. Ora comincio a chiedermi che cosa voglio essere quando mi vesto. E ho una stylist che mi aiuta a trovare la bellezza che c’è nel combinare classicità e divertimento. Per la prima volta.

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