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In Svezia il 10 agosto inizierà un processo contro Hamid Noury, ex funzionario iraniano accusato di crimini di guerra per aver partecipato all’esecuzione di centinaia di prigionieri politici in Iran nel 1988. Quelli a cui si riferisce il processo furono tra i crimini più gravi della storia della Repubblica Islamica, il nome che si diede l’Iran dopo la rivoluzione guidata dai religiosi del 1979, e coinvolsero anche il presidente iraniano Ebrahim Raisi, ultraconservatore e vicino all’ala più radicale e intransigente del regime. Raisi, che si è da poco insediato alla presidenza e già in passato era stato accusato di gravi violazioni di diritti umani, interrogava i prigionieri e ordinava la loro esecuzione.

Il processo contro Hamid Noury è molto importante perché avverrà sotto il principio della giurisdizione universale, un principio del diritto internazionale basato sull’idea che alcune norme che vietano crimini particolarmente gravi, come genocidi, crimini di guerra e contro l’umanità, siano appunto universali, cioè valide per tutti gli stati del mondo. Sotto il principio della giurisdizione universale, diversamente da quanto accade per tutti gli altri crimini, un paese può esercitare la propria giurisdizione fuori dai propri confini e perseguire, a determinate condizioni, persone che non sono cittadine di quel paese, anche per crimini avvenuti altrove.

Il processo contro Hamid Noury è il primo di giurisdizione universale legato a fatti accaduti in Iran: altre persone iraniane erano state condannate sotto questo principio, ma per crimini commessi in Germania, Francia, e più recentemente in Belgio.

Hamid Noury ha 59 anni ed era stato arrestato il 9 novembre 2019 all’aeroporto di Stoccolma, dove era atterrato per andare a trovare dei parenti: è accusato di aver partecipato all’esecuzione di centinaia di prigionieri politici e combattenti nemici nella prigione di Gohardasht, 20 km a ovest di Teheran.

Quelle esecuzioni furono decise durante la guerra tra Iran e Iraq che durò dal 1980 al 1988, uno dei conflitti più lunghi e sanguinosi della storia del Medio Oriente. A capo dell’Iran c’era Ruhollah Khomeini, il religioso sciita che aveva guidato la rivoluzione del 1979. Khomeini ordinò l’esecuzione di tutti i prigionieri politici e combattenti nemici che appoggiavano il movimento di opposizione “Mojahedin del popolo iraniano”, noto anche con la sigla MEK, che durante la guerra era vicino al presidente iracheno Saddam Hussein.

L’allora 28enne Ebrahim Raisi faceva parte di una delle cosiddette “commissioni della morte”, che decidevano quali prigionieri politici condannare a morte. Raisi ha sempre minimizzato l’importanza delle esecuzioni di massa del 1988, negando di esserne responsabile. Ha poi detto di aver agito per ordine di Khomeini, che aveva emesso una fatwa, cioè un editto religioso, che giustificava le sue azioni.

Le esecuzioni del 1988, condannate duramente nel corso degli anni da premi Nobel, capi di stato, funzionari delle Nazioni Unite, oltre che Amnesty International, sono un aspetto molto controverso della storia di Raisi, caratterizzata da abusi e violazioni dei diritti umani. Critiche e dubbi hanno riguardato anche il periodo precedente alla sua elezione a presidente, quando Raisi era a capo del sistema giudiziario dell’Iran, considerato tradizionalmente vicino all’ala più conservatrice e intransigente del regime.

Quale sia l’esito del processo, non ci saranno conseguenze dirette per Raisi, né probabilmente grossi effetti sulla sua immagine internazionale, già ampiamente compromessa dalle informazioni oggi disponibili sulla sua storia. Il processo potrebbe però fare ulteriore chiarezza sui crimini commessi dal regime iraniano alla fine della guerra contro l’Iraq, nel periodo in cui i religiosi rivoluzionari cercavano di consolidare il proprio potere e reprimere le opposizioni, e potrebbe spingere altri tribunali e altri paesi a ricorrere al principio della giurisdizione universale, ancora poco diffuso.

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