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La mattina del 20 ottobre 2011, l’ex presidente libico Muammar Gheddafi si stava nascondendo in un canale di scolo sotterraneo a Sirte, durante la battaglia per la conquista della città. Le milizie ribelli del Consiglio nazionale di transizione, nome che identificava il governo che aveva preso il posto del regime di Gheddafi, lo trovarono e lo catturarono. È probabile che nel tragitto da Sirte a Misurata, circa 270 chilometri, Gheddafi sia stato picchiato: un video che circolò molto all’epoca lo mostrava insanguinato, con lo sguardo spaurito e circondato da decine di ribelli esultanti che sparavano in aria. Un altro video lo mostrava probabilmente morto.

Secondo il racconto di alcuni dei ribelli, poco prima di morire Gheddafi pregò; secondo altri chiese: «Che cosa vi ho fatto?». Quello che successe in quelle ore non è mai stato chiarito del tutto.

Gheddafi alla fine morì, probabilmente per le ferite all’addome e alla testa. Le immagini e le notizie vennero riprese dai media di tutto il mondo e il modo in cui l’ex presidente era stato catturato e poi ucciso fu dibattuto anche da alcune associazioni che si occupano di diritti umani, come Amnesty International e Human Rights Watch, che denunciarono possibili violazioni del diritto internazionale e chiesero di effettuare un’autopsia sul corpo.

I fatti del 20 ottobre 2011, comunque, furono il risultato di un processo che in Libia era in corso da mesi.

A gennaio del 2011 erano iniziate le cosiddette “primavere arabe”, cioè le rivolte in diversi paesi del Nord Africa e del Medio Oriente contro i regimi autoritari che governavano da molti anni, a volte da decenni. Alcune facilitarono l’avvio di processi democratici, come quelle in Tunisia, altre sfociarono in sanguinose guerre civili, come quelle in Siria e in Libia.

Gheddafi governava la Libia in maniera autoritaria da 42 anni.

Arrivò al potere nel 1969, grazie a un colpo di stato compiuto da un gruppo di militari guidato da lui. Nei decenni successivi, Gheddafi accentrò sempre di più i poteri su di sé e sviluppò un forte rapporto diretto tra lui e la popolazione libica, che doveva avvenire senza alcuna intermediazione: per definire questa condizione inventò un neologismo, Jamahirya, che significa grossomodo “stato delle masse”. L’obiettivo era realizzare uno stato che fosse contemporaneamente islamico e socialista: il mezzo era di integrare le riforme economiche, sociali e politiche con i precetti religiosi.

Internamente, Gheddafi riuscì a garantire una certa unità, soprattutto alimentando le dispute tra le molte tribù presenti nel paese ed evitando che i loro sforzi si rivolgessero contro il regime. In politica estera, era visto come un grande sostenitore della causa palestinese.

Nella percezione dei paesi occidentali, e in particolare degli Stati Uniti, negli anni Ottanta la Libia divenne uno degli stati considerati più pericolosi a livello mondiale (l’allora presidente statunitense Ronald Reagan la inserì nella lista dei cosiddetti rogue states, gli “stati canaglia”): era accusata di finanziare e fiancheggiare il terrorismo internazionale, dall’IRA al movimento del Settembre Nero che organizzò l’attentato alle Olimpiadi di Monaco.

Poi, negli anni Duemila, Gheddafi cominciò ad aprirsi e ammorbidire alcuni atteggiamenti del suo regime che preoccupavano l’Occidente. Nel 2004, visitò l’Europa per la prima volta e instaurò buoni rapporti in particolare con l’Italia di Silvio Berlusconi. Questa vicinanza causò preoccupazione nella comunità internazionale e attirò diverse critiche al governo italiano, accusato di essere diventato amico di un regime che non rispettava i diritti fondamentali delle persone e che era sostanzialmente indifferente alle norme del diritto internazionale.

Con il clima di protesta che si creò all’inizio del 2011 nel mondo arabo, emersero le tante storture del governo di Gheddafi e l’insofferenza della popolazione libica nei confronti della corruzione e dell’autoritarismo del suo regime. L’evento che diede avvio alle proteste fu l’arresto di Fathi Terbil, l’avvocato delle famiglie delle vittime del massacro avvenuto in una prigione libica nel 1996. Terbil fu arrestato a febbraio, a Bengasi. Da quel momento le proteste delle famiglie coinvolte e di altre persone cominciarono a farsi più intense.

Ribelli festeggiano la morte di Gheddafi a Sirte (EPA/GUILLEM VALLE via ANSA)

Ci furono scontri con la polizia e nel giro di poche settimane le proteste divennero lotta armata e iniziò la guerra civile. Gheddafi represse immediatamente con violenza i suoi avversari, rifiutando qualsiasi istanza proveniente dai movimenti di protesta e sostenendo che i ribelli fossero mossi dal terrorismo straniero. I ribelli si organizzarono in un Consiglio nazionale di transizione (CNT) e chiesero apertamente l’intervento dell’ONU.

A marzo le forze aeree della Francia – il paese che più degli altri in quei giorni si mostrava desideroso di accettare la richiesta dei ribelli – entrarono per la prima volta in Libia. Pochi giorni prima l’ONU aveva messo lo spazio aereo libico sotto controllo militare con una “no fly zone”, attuata attraverso la risoluzione 1973 del Consiglio di Sicurezza. Da quel momento in poi le forze militari statunitensi, francesi e britanniche entrarono di fatto nella guerra civile libica.

Con l’intervento occidentale, le sorti della guerra civile, che fino a quel momento era stata favorevole a Gheddafi, si rovesciarono. Ad agosto i ribelli presero Tripoli, la capitale, e Gheddafi fuggì. Alcuni membri della sua famiglia scapparono in Algeria, mentre lui si mosse verso Sirte dove venne poi catturato due mesi dopo.

Presto le potenze occidentali si resero conto che aver armato i ribelli ed essere intervenuti in Libia non avrebbe dato loro il controllo del paese.

Lo stato libico si disintegrò e si creò una situazione estremamente frammentata. Emersero nuove cause indipendentiste, come quella della Cirenaica, e l’enorme circolazione di armi tra le milizie portò a frequenti e brutali scontri armati per il controllo del territorio, anche dopo la morte di Gheddafi. Di fatto, le conseguenze della guerra civile del 2011 e dell’intervento occidentale continuano ancora oggi.

Nel 2016 l’emittente Fox News chiese all’allora presidente degli Stati Uniti Barack Obama quale fosse stato, secondo lui, il suo errore più grande. Obama rispose: «Probabilmente aver fallito nel pianificare l’indomani di quello che pensavo fosse la cosa giusta da fare, intervenire in Libia».

– Leggi anche: Dove sono i corpi dei dittatori

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