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Salvador Ramos, il diciottenne autore della strage nella scuola elementare di Uvalde, in Texas, aveva acquistato due fucili d’assalto di tipo AR-15 nella settimana precedente alla sparatoria. Uno è stato ritrovato nell’auto con cui aveva fatto un incidente poco prima di entrare nella scuola, l’altro è, secondo le ricostruzioni della polizia, l’arma con cui ha compiuto la strage.

È un fucile semiautomatico “Daniel Defense DDM4 V7”, nei giorni precedenti mostrato da Ramos in chat private ad alcuni conoscenti, assieme allo scontrino da 1.870 dollari più tasse. Prodotto in Georgia, il “Daniel Defense DDM4 V7” è un modello di fascia alta dei fucili semiautomatici AR-15, che sono stati usati per commettere buona parte delle stragi di massa dell’ultimo decennio negli Stati Uniti.

Il fucile AR-15 è acquistabile legalmente da chiunque abbia compiuto 18 anni di età dietro esibizione di un documento di identità (per una pistola, invece, nella maggior parte degli stati americani è necessario avere 21 anni). Questo genere di arma è stato usato in quasi tutte le grandi stragi degli ultimi anni: alla scuola elementare Sandy Hook (2012, 27 morti), a San Bernardino (2015, 14 morti), alla discoteca Pulse a Orlando (2016, 49 morti), alla chiesa di Sutherland Springs (2017, 26 morti), a Las Vegas (2017, 58 morti), alla scuola superiore Stoneman Douglas (2018, 17 morti).

Secondo gli esperti di armi da fuoco, il motivo principale di una presenza così costante è la sua popolarità fra i possessori di armi, a cui si somma un certo effetto di emulazione fra i vari attentatori.

La vendita degli AR-15 era stata vietata fra il 1994 e il 2004 con la messa al bando delle armi semiautomatiche varata durante la presidenza di Bill Clinton, ma il mancato rinnovo del divieto ha reso il fucile molto popolare negli ultimi anni, fino a renderlo quasi un simbolo della cultura delle armi americana.

La National Shooting Sports Foundation (Fondazione nazionale sport di tiro) ha stimato che i fucili AR-15 in circolazione negli Stati Uniti siano circa 20 milioni, su un totale di quasi 400 milioni di armi da fuoco, ma dal 2015 questo genere di semiautomatiche rappresenta circa il 20 per cento delle vendite totali. Non esistono però numeri ufficiali perché una legge federale proibisce di tenere un registro puntuale delle armi vendute e in circolazione.

L’utilizzo degli AR-15 nelle stragi di massa negli Stati Uniti riapre periodicamente il dibattito sull’opportunità di mettere a disposizione di civili armi tanto letali e nate con scopo puramente bellico.

I fucili d’assalto nascono durante la Seconda guerra mondiale, quando la Germania nazista introdusse lo Sturmgewehr, fucile leggero con un ampio caricatore che permetteva di sparare sia un singolo colpo sia una raffica. Da quel primo modello si sarebbero poi sviluppati prima il Kalashnikov sovietico (AK47), con il suo caricatore da 30 colpi, poi l’M-16 statunitense, famoso per il suo utilizzo durante la guerra del Vietnam.

L’M-16 in realtà era un’evoluzione militare del fucile AR-15, sviluppato alla fine degli anni Cinquanta da un ex marine per una piccola casa produttrice chiamata ArmaLite. La sigla AR sta infatti per ArmaLite, anche se in seguito sarebbe stata interpretata come “assault rifle” (fucile d’assalto) o “America’s rifle” (fucile americano), contribuendone al mito presso certe parti del pubblico statunitense.

Il progetto dell’AR-15 fu venduto quasi immediatamente alla Colt, unica azienda che ancora oggi può vendere questo tipo di prodotto usando tale nome. I fucili delle altre case produttrici (oggi sono circa 500 modelli), in tutto simili, vengono definiti “tipo AR-15”. Vengono venduti a cacciatori e appassionati di tiro sportivo al poligono, oltre che ad amanti delle armi per i quali il possesso di un fucile d’assalto ha spesso un significato simbolico e di appartenenza.

Rispetto alle versioni automatiche militari, che possono sparare 750-900 pallottole al minuto, gli AR-15 fanno partire una singola pallottola ogni volta che viene premuto il grilletto, ma la ricarica è estremamente veloce, tanto da permettere 40-60 colpi al minuto. Il loro funzionamento e il loro aspetto sono molto simili a quelli dei modelli riservati alle forze armate, cosa che li rende familiari a chi ha avuto esperienze nell’esercito o nelle forze di polizia.

Un altro motivo di popolarità va cercato nelle grandi possibilità di personalizzazione dell’arma: lunghezza e dimensione della canna sono modificabili, così come l’impugnatura; al modello base possono essere aggiunti accessori come silenziatori, mirini, faretti, puntatori laser, lanciagranate, lame in stile baionetta, cavalletti. Si tratta di armi quasi “modulari”: modifiche e aggiunte sono popolari fra gli appassionati che amano “customizzare” gli oggetti (come si fa con le automobili) e contribuiscono a rendere i fucili molto remunerativi per le aziende produttrici. Gli esperti poi segnalano che sono relativamente facili anche modifiche illegali, come quella che aveva reso l’arma dell’attentatore di San Bernardino una automatica di tipo militare.

Altre caratteristiche che ne hanno agevolato la diffusione sono la relativa semplicità d’uso garantita da un limitato rinculo (lo spostamento all’indietro dell’arma una volta partito il colpo), e la possibilità di montare caricatori “ad alta capacità”, cioè dotati di più di dieci colpi. Solo pochi stati americani, fra cui New York e Connecticut, hanno vietato questo tipo di caricatori, che restano legali nella maggior parte degli altri: i più comuni sono quelli a “banana”, da 30 colpi, ma quelli a “tamburo” possono contenerne fino a 100. All’interno della scuola texana colpita da Salvador Ramos ne sono stati ritrovati sette da 30 colpi.

Gli AR-15 sono molto diffusi sul mercato e per questo di facile reperimento. Hanno inoltre un costo contenuto. Se quello dell’autore della strage di Uvalde costava 2.000 dollari, un modello della Colt può essere comprato alla metà e uno di fascia bassa anche a meno di 300 dollari.

L’altra peculiarità di questo genere di fucili è la loro alta letalità: sono armi concepite per uccidere e non necessitano di una grande precisione al momento dello sparo. La grande novità, al momento dell’introduzione sul mercato, fu che gli AR-15 usavano pallottole di calibro minore (quindi più piccole e più leggere) ma in grado di viaggiare a velocità molto maggiore. Erano stabili nell’aria ma meno stabili quando venivano a contatto con i corpi. Pallottole di calibro maggiore hanno una traiettoria lineare anche all’interno del corpo, con un foro di entrata e uno di uscita simili e un percorso in linea retta.

Le pallottole calibro .223 degli AR-15 invece si comportano in modo diverso, come aveva spiegato all’Atlantic Heather Sher, radiologa che analizzò le ferite delle vittime della sparatoria alla scuola superiore Marjory Stoneman Douglas. «Le ferite da armi da fuoco come le pistole spesso non sono letali se non colpiscono un’arteria o un organo vitale. Quelle provocate dai fucili d’assalto no, perché arrivano con una velocità e quindi un’energia maggiore, creando danni molto più consistenti ai tessuti». Sher racconta che possono fare danni per diversi centimetri intorno alla traiettoria e che il foro d’uscita può essere grande «quanto un’arancia». Questo fa sì che i feriti raramente riescano ad arrivare vivi in ospedale: una caratteristica che, unita alla possibilità di sparare ripetutamente in breve tempo, rende questo genere di armi notevolmente più pericolose delle altre.

Proprio per questo già nel 1994 si arrivò anche negli Stati Uniti a una regolamentazione delle armi d’assalto: il “Federal assault weapons ban” (Divieto federale sulle armi d’assalto), passato in Senato con una maggioranza minima (52 voti a 48) e firmato da Bill Clinton, imponeva restrizioni alla fabbricazione e vendita di caricatori da più di dieci colpi e proibiva la vendita di vari modelli di fucili d’assalto, fra cui l’AR-15. Il provvedimento aveva una durata definita di dieci anni, al termine dei quali il Senato avrebbe dovuto rinnovarlo o ridiscuterlo. Il 13 settembre 2004 fu fatto scadere e i successivi tentativi di reintrodurlo sono sempre falliti.

Gli effetti di quei dieci anni di bando furono oggetto di discussione: non ebbero particolari effetti sull’attività criminale e sul tasso di omicidi da arma da fuoco in generale, ma contribuirono a una riduzione delle stragi di massa.

L’opera di lobbying della potente National Rifle Association (NRA) e la radicalizzazione della politica americana hanno poi contribuito a rendere impossibile ogni discussione sulla questione delle armi. Il Partito Repubblicano è sempre più decisamente contrario a ogni limitazione del possesso, in nome della difesa del Secondo Emendamento della Costituzione degli Stati Uniti d’America, che garantisce il diritto dei cittadini a possedere armi. Nel 2013 l’ultimo tentativo di una regolamentazione, voluto dal presidente Barack Obama, non passò in Senato.

La fine del divieto ha portato dal 2004 a una crescita costante dei volumi di vendite dei fucili semiautomatici e a un loro utilizzo nella maggior parte delle stragi di massa. Fucili AR-15 sono stati usati anche nell’attacco alla moschea di Christchurch in Nuova Zelanda nel 2019 (51 morti) e nella strage in Nova Scotia, Canada (22 morti in molteplici attacchi): in entrambi i casi i governi dei due paesi hanno approvato leggi che vietano l’acquisto questo tipo di armi. La stessa cosa era accaduta in Australia già nel 1996.

Negli Stati Uniti invece nel 2005 è stato approvato il Protection of Lawful Commerce in Arms Act (Legge di protezione del commercio legale di armi), che solleva i produttori di armi da responsabilità in caso di uso criminale dei loro prodotti, proteggendoli da azioni legali. Lo scorso febbraio però un’azienda produttrice di armi, Remington, ha concordato un risarcimento da 73 milioni di dollari alle famiglie coinvolte nella strage di Sandy Hook, in una decisione definita da molti osservatori come molto importante e capace aprire una nuova strada legale per i parenti delle vittime di stragi simili.

In corrispondenza di eventi come quello di Uvalde inoltre si segnala spesso un aumento delle vendite di fucili semiautomatici e di armi in generale, come spiegò nel 2017 a Forbes l’amministratore delegato di Daniel Defense, l’azienda che ha prodotto il fucile acquistato da Salvador Ramos. Riferendosi alla strage nella scuola elementare Sandy Hook nel 2012 come un “evento orribile”, raccontò: «Quando la gente vede che i politici tornano a discutere di controllo delle armi, di solito si mettono paura e corrono fuori a comprare altri fucili».