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Il disarmo possibile e la favola dell’industria militare “insostituibile” per l’economia

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La pandemia ha messo a nudo tante fragilità e contraddizioni, più o meno storiche, più o meno e radicate nel nostro sistema. Parlare di disarmo è quanto mai attuale, urgente, necessario. Per riordinare le priorità e la spesa pubblica in funzione dei bisogni delle persone e del territorio, per una forma istituzionalizzata di difesa non armata e nonviolenta, per la sacrosanta richiesta di spostare parte della spesa pubblica verso scuola e sanità. A che punto siamo per la messa al bando degli ordigni nucleari? E cosa si sta facendo per il controllo dell’export di armamenti? Quali sono gli scenari e le prospettive con il governo Draghi? E poi c’è la sempiterna “bufala” dell’industria militare insostituibile per l’economia dell’Italia. Riproporre all’attenzione dell’opinione pubblica e della politica il tema del controllo degli armamenti e del disarmo, in tutte le sue derivazioni, è un dovere per chi non si vuole limitare a sognare in astratto un futuro di pace, ma crede che molte delle mobilitazioni che partono dall’associazionismo e della società civile vadano raccontate in maniera più approfondita. Ed è un tema attualissimo: proprio in questi giorni è emerso che una parte dei fondi del Recovery Plan verrebbe destinata per rinnovare la capacità e i sistemi d‘arma a disposizione dello strumento militare. Un tentativo di “greenwashing”, di lavaggio verde, dell’industria delle armi che la Rete Italiana Pace e Disarmo ha immediatamente stigmatizzato e rigettato con forza. Studi statunitensi hanno di recente rilevato che ogni milione di dollari speso nel settore difesa porta a meno di 7 occupati, mentre la stessa cifra investita nell’educazione di base oltre 19, nell’educazione superiore più di 11 e nella sanità oltre 14. A chi convengono davvero gli investimenti “armati”? 

Disarmo, l’intervista a Francesco Vignarca

Abbiamo intervistato Francesco Vignarca: è stato per anni coordinatore nazionale della Rete Italiana per il Disarmo per poi diventare il coordinatore delle campagne nella neonata Rete Italiana Pace e Disarmo (per la cui nascita, derivante dall’unione di Rete Disarmo e Rete della Pace, gli è stato assegnato, insieme a Sergio Bassoli, il Premio Nazionale Nonviolenza 2020).

A volte c’è la sensazione che il movimento per la pace sia molto frammentato in Italia. Lo scorso anno è nata la Rete italiana pace e disarmo che ha unito due realtà storiche del pacifismo italiano. Ce la può descrivere?

“Credo che questa sensazione non corrisponda alla realtà, e non solo per il percorso di convergenza che nel 2020 ha portato alla “nuova” Rete Italiana Pace e Disarmo. Già prima lo scambio ed il lavoro comune sui temi e le campagne era forte, e continua su vari aspetti con molte organizzazioni di base non “pacifiste” ma che si ritrovano per iniziative specifiche e comuni in particolare per il disarmo umanitario. Penso alla grande coalizione che sta agendo – con buoni risultati! – per fermare il flusso di armi italiane verso il conflitto in Yemen o alla Campagna “Un’altra difesa è possibile” che vede riunite le reti principali della società civile italiana”.

Quali sono le principali attività italiane ed internazionali nel settore del controllo e della messa al bando degli ordigni nucleari?

“Il punto di riferimento è sicuramente la International Campaign to Abolish Nuclear Weapons, che proprio per i suoi sforzi per il disarmo nucleare e per l’ottenimento del Trattato ONU di proibizione di questi ordigni (detto TPNW) è stata insignita nel 2017 del Premio Nobel per la Pace. Noi facciamo parte fin dall’inizio di questa campagna e insieme a Senzatomica coordiniamo la mobilitazione “Italia, ripensaci” per chiedere al nostro Paese di aderire al TPNW visto che fino ad ora la risposta è stata negativa. Abbiamo coinvolto centinaia di Amministrazioni Locali ed associazioni, lavorando molto con i territori, recentemente in occasione dell’entrata in vigore del Trattato (avvenuta il 22 gennaio 2021). La strada è lunga ma sappiamo di avere al nostro fianco la maggioranza degli italiani (secondo un recente sondaggio ben l’87% vorrebbe l’adesione al TPNW) e che non ci sono alternative: o metteremo fine alle armi nucleari o saranno loro a mettere fine all’umanità”.

E per quanto riguarda il controllo dell’export di armamenti? Ci sono associazioni in altri paesi europei con le quali collaborate attivamente?

“Certamente! E’ ovvio che noi iniziamo le nostre mobilitazioni nel nostro Paese per fermarne il coinvolgimento nei conflitti e per far rispettare le norme sul commercio di armi. Ma ormai questo comparto ha subito una trasformazione così profonda – diventando sempre più transnazionale nella rete di proprietà delle aziende e nella produzione – che è impossibile pensare di agire sul tema senza una dimensione quantomeno europea. Per questo noi facciamo parte sia della rete ENAAT (European Network Against Arms Trade) che della campagna internazionale Control Arms, nata dalla società civile globale per chiedere norme chiare sul commercio delle armi e che ha portato nel 2014 all’entrata in vigore di un Trattato specifico, l’ATT. Prima di allora il commercio di banane o caffè era regolato, ma quello delle armi no!”

La spesa militare continua di fatto a crescere e così anche il commercio di armamenti, nonostante un certo stallo nel 2020: continuano a mantenersi a livelli molto alti, soprattutto per le esportazioni dei Paesi occidentali, tra cui Stati Uniti, Francia, Regno Unito e Germania. La nuova amministrazione di Joe Biden può davvero portare ad un’inversione di tendenza nel controllo degli armamenti?

“Sì c’è la possibilità di un cambio di rotta, anche se non mi aspetto degli USA “pacifisti” da qui a breve. Bisogna infatti ricordare che Biden era vicepresidente proprio quando Washington decise quantomeno di firmare il già citato Trattato ATT, dando il via di fatto alla possibilità di concretizzare quella norma internazionale. Alcuni segnali positivi ci sono già stati come lo stop agli ultimi accordi di vendita decisi da Trump verso Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti (che vorrebbero acquisire i famosi caccia F-35). E anche sul tema nucleare pare che Biden voglia vedersi di nuovo al tavolo con l’Iran per far ripartire l’accordo naufragato sotto la precedente Amministrazione. Ripeto: ciò non significa che gli Stati Uniti siano diventati il Costa Rica (cioè uno Stato senza esercito) ma che c’è all’orizzonte un cambio politico rilevante che potrebbe essere importante sostenere, anche per la presenza di Parlamentari molto netti a favore di scelte di disarmo come Bernie Sanders, Ro Khanna, Chris Murphy”.

Un tema sul quale il neo-presidente Biden si è già pronunciato, anche a seguito delle recenti stragi negli Stati Uniti, è quello del controllo delle vendite di armi negli Stati Uniti. Ci sarà un reale cambiamento in questo settore?

“Speriamo davvero di sì! E’ davvero incredibile come la pressione delle lobby armiere e di una radicata cultura di violenza che confonde la libertà con pistole e fucili impedisca agli Stati Uniti di fare passi avanti positivi sulla questione. Nonostante i numeri siano drammatici e si possano equiparare a quelli di un conflitto: nei primi tre mesi del 2021 sono già oltre 10.000 le vittime per armi da fuoco e ben 117 i “mass shootings” che coinvolgono più di 4 vittime. Una vera e propria ecatombe!”.

Torniamo all’Europa e all’Italia. Il presidente del Consiglio, Mario Draghi, ha ribadito che “Questo governo sarà convintamente europeista e atlantista, in linea con gli ancoraggi storici dell’Italia”. Che ruolo può svolgere l’Italia in questo contesto? E’ possibile, ad esempio, che l’Italia firmi il Trattato per la proibizione delle armi nucleari (TPNW)? Quali azioni sta intraprendendo la vostra Rete?

Dal punto di vista del disarmo nucleare ribadire un atlantismo acritico è ovviamente problematico, perché porta automaticamente a confermare l’assenso dell’Italia al programma di “nuclear sharing”. Forse molti ignorano che nel nostro Paese (così come nei Paesi Bassi, in Germania, in Belgio) sono presenti testate nucleari statunitensi, nelle basi di Aviano e Ghedi. E che in quest’ultima, che è una base condivisa, piloti e mezzi italiani sono addestrati e preparati a sganciare ordigni nucleari. Cioè armamenti pensati e progettati per distruggere intere città. Riteniamo che non sia più accettabile e che il nostro Governo dovrebbe intraprendere un percorso, magari lungo e difficile ma possibile, per assecondare democraticamente la volontà degli italiani. Dopo tali passi, coincidenti soprattutto con la fine del “nuclear sharing” si potrò arrivare alla firma e ratifica del TPNW. Ciò peraltro non è alcun modo legato alla adesione o meno alla NATO, che quantomeno sulla carta continua a professarsi un’Alleanza che punta al disarmo nucleare mondiale completo. Già in passato alcuni Stati NATO hanno deciso di rinunciare alla condivisione nucleare: è dunque possibile. Il nostro obiettivo per il 2021 è comunque quello di far partire un dibattito parlamentare su questo tema e di fare in modo che l’Italia quantomeno partecipi come “Stato osservatore” alla prima Conferenza degli Stati parte del TPNW che si celebrerà a Vienna nel gennaio 2022.

Secondo i dati dell’Osservatorio Milex, la spesa militare italiana è continuata a crescere nonostante la pandemia di Covid. Già nell’aprile dell’anno scorso e poi ancora a novembre avete chiesto una moratoria negli acquisti di armamenti e di spostare la spesa pubblica verso scuola e sanità. C’è qualche novità, qualche segnale importante in questa direzione?

“Nessuno, purtroppo. Anzi dall’analisi dei documenti relativi fondi pluriennali per l’investimento e lo sviluppo infrastrutturale dell’Italia (istituiti nel 2017) come Osservatorio Mil€x abbiamo scoperto che su complessivi 143,97 miliardi di euro stanziati fino al 2034 ben 36,7 miliardi verranno destinati alle spese militari (oltre il 25% del totale). L’investimento specifico in nuovi sistemi d’arma dovrebbe attestarsi su 26,8 miliardi di euro, che il Ministero della Difesa potrà spendere in circa 15 anni. Ciò significa, come già si vede nel Bilancio per il 2021, che nei prossimi anni i capitoli destinati all’acquisto di nuovi armamenti andranno sempre crescendo, al contrario di quanto chiedevamo noi con la proposta di moratoria. A nostro parere quantomeno nell’anno in corso, e considerando l’impatto devastante della pandemia di Covid-19, gli oltre 6 miliardi (quasi 7, alla fine dei conti) che verranno spesi per nuove armi avrebbero dovuto essere destinati più opportunamente e convenientemente alla Scuola e alla Sanità”.

Per quanto riguarda le esportazioni italiane di armamenti avete salutato come una decisione storica la revoca della licenza per la fornitura di bombe all’Arabia Saudita e UAE, bombe che venivano utilizzate anche nei bombardamenti sullo Yemen. Nel frattempo però l’Italia ha dato il via libera per esportare all’Egitto due fregate Fremm, tra l’altro con un contratto che prevederebbe un “maxi-sconto”.  E’ realistico sperare in un’applicazione più rigorosa della legge che regolamenta l’export?

“Non so quanto sia realistico in termini di volontà politica, ma faremo in modo che lo diventi con qualsiasi mezzo a nostra disposizione: pressione popolare con campagne e mobilitazione oltre che con azioni legali. Noi ci aspetteremmo che lo Stato rispetti le leggi nazionali che si è dato e le norme internazionali che ha deciso di sottoscrivere, ma purtroppo la “dittatura delle armi” riesce sempre a far considerare questo comparto come una zona franca difficile da controllare. Ci abbiamo messo 4 anni a rendere evidente, e ad ottenere i passi concreti conseguenti dal Parlamento e dal Governo, che la vendita di bombe a Paesi coinvolti in un conflitto armato non poteva ritenersi in linea con le prescrizioni e i criteri della legge. E’ faticoso perché dovrebbe invece essere una scelta “automatica”, ma certamente noi non ci fermeremo e continueremo insieme a tutte le organizzazioni nostre partner a sottolineare ogni volta tutte le scelte sbagliate. Ciò vale anche per il caso egiziano e molti altri”.

Quando si parla di industria militare e di export di armamenti le obiezioni che vengono sollevate sono spesso due: la prima riguarda la rilevanza strategica, economica ed occupazionale del settore industriale della difesa e la seconda è che “se non le vendiamo noi, le venderà qualcun altro”. Che cosa ne pensa? Ci sono spazi, prospettive, interesse – nell’Italia del 2021, secondo l’esperienza della vostra Rete –  per un maggiore approfondimento dell’aspetto etico e morale del “tema armi” nel dibattito pubblico?

“E’ il lavoro che da sempre cerchiamo di portare avanti e che continuerà ad essere il centro del nostro percorso di disarmo umanitario. Peraltro più che un approfondimento dal lato etico e morale della questione (comunque molto forte nel contesto italiano) io vorrei che i decisori politici e la maggioranza dei giornalisti iniziassero a riflettere sull’argomento nel concreto, senza ripetere la cantilena di luoghi comuni dati per scontati – ma quasi sempre falsi – che vengono sempre richiamati per tacitare le coscienze. Non è infatti vero che l’industria militare e l’export di armi siano fondamentali ed insostituibili per l’economia dell’Italia! Anzi, sono residuali… come ho cercato di dimostrare diffondendo in queste settimane dei dati che dovrebbero essere chiari a tutti e invece vengono ignorati. Il fatturato del comparto è infatti meno dell’1% del PIL italiano, l’export armato circa lo 0,7% del totale e gli occupati diretti solo lo 0,21% della forza lavoro (circa l’1% se consideriamo stime “allargate di indotto”). Considerando che molto studi economici dimostrano come l’investimento nella Difesa sia tra i meno convenienti in termini di ritorni, e che dunque destinando i fondi ad altri settori ne trarremmo una convenienza maggiore, davvero si può continuare a sostenere la favola che continuare a sovvenzionare e produrre armi sia fondamentale e necessario?”.

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