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Petrolio, gas e carbone allargano il gap tra i piani produttivi degli Stati e gli obiettivi climatici per il 2030.

Stando alle previsioni del nuovo rapporto “The Production Gap”, le cifre per la fine del decennio risultano pari a oltre il doppio di quella compatibile con la limitazione del riscaldamento globale a 1.5 gradi. Per l’Onu serve un’azione «immediata» da parte dei governi.

STOCCOLMA – Così proprio non va. È questo, in una condensatissima sostanza, la conclusione che emerge dalle pagine del rapporto “The Production Gap” 2021 – realizzato in collaborazione con il Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente -, che misura la distanza tra quelle che sono le previsioni produttive a base di combustibili fossili dei governi e gli obiettivi climatici in vista dell’orizzonte 2030.

Il “gap” in questione resta infatti molto ampio. Cifre alla mano, queste previsioni si fissano a una soglia pari a oltre il doppio di quella compatibile con la limitazione del riscaldamento globale di 1.5 gradi centigradi. In altre parole, il quadro è pressoché speculare alla situazione immortalata nel 2019 e per riuscire a centrare l’obiettivo, sottolineano gli autori dello studio, è necessaria un’azione che sia «immediata» e «decisa».

I Paesi «hanno fissato i propri obiettivi in termini di emissioni zero» e, in parallelo, hanno «ampliato le proprie ambizioni climatiche». Tuttavia, gli stessi «non hanno chiarito o pianificato in modo manifesto la riduzione della produzione basata sui combustibili fossili che questi obiettivi richiedono». Sono quindi i governi ad avere «un ruolo di primo piano» nel «ridurre il gap e favorire la transizione». Per questo motivo, si legge nel report, spetta a loro muoversi per primi, riducendo l’utilizzo di petrolio, gas e soprattutto il carbone.

Il “cattivo” principale è ancora il carbone

Il carbone è il protagonista negativo del report. Il suo è infatti il punto esclamativo che maggiormente risuona tra le righe. E buttando un occhio sui grafici il motivo è chiaro. Il margine tra quelle che sono le previsioni e gli obiettivi fissati per il 2030 è il più ampio dei tre. Nel dettaglio, per quell’anno si prevedono discrepanze superiori del 57% per quanto riguarda il petrolio, del 71% per il gas e del 240% per il carbone rispetto alle quantità compatibili con il limitare il riscaldamento a 1.5 gradi.

Una “sinfonia” di campanelli d’allarme

Il report fa squillare nuovamente un campanello d’allarme che, solo un paio di mesi fa, era stato già sollecitato dal Gruppo Intergovernativo sui Cambiamenti Climatici (IPCC), che aveva tracciato cinque possibili scenari per i prossimi due decenni. Ed è un campanello che risuona quando mancano pochi giorni all’apertura della COP26. E il primo degli obiettivi di Glasgow è proprio quello di azzerare le emissioni nette a livello globale entro il 2050, puntando a limitare a1 1.5 gradi centigradi l’aumento delle temperature. E per farlo sarà chiesto a ogni Paese di fissare obiettivi che siano «ambiziosi» e «allineati» per ridurre le emissioni già entro il 2030. Una conditio sine qua non per poter perseguire il grande obiettivo entro la metà del secolo.

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