«i-verbali-di-amara-servivano-per-far-rimanere-davigo-al-csm…»
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La vicenda verbali si arricchisce di un nuovo colpo di scena, con l’iscrizione sul registro degli indagati, a Brescia, della procuratrice aggiunta Laura Pedio, con l’ipotesi di omissione in atti d’ufficio assieme al procuratore Francesco Greco. L’indagine riguarda le dichiarazioni del pm Paolo Storari, accusato a sua volta di rivelazione di segreto d’ufficio per essersi rivolto all’allora componente del Csm Piercamillo Davigo ( anche lui indagato) consegnandogli i verbali, come forma di autotutela in virtù di un ipotetico tentativo di insabbiamento delle dichiarazioni di Amara.

La notizia arriva a pochi giorni dall’intervista rilasciata da Greco al Corriere della Sera, intervista nella quale lo stesso procuratore dichiarava assolutamente infondata l’indagine a suo carico, auspicandone l’archiviazione. A Brescia, invece, hanno deciso di andare più a fondo, coinvolgendo nelle indagini anche Pedio, all’epoca titolare, assieme a Storari, del fascicolo sul “falso complotto Eni”, nel cui ambito vennero raccolte le dichiarazioni dell’ex avvocato esterno della società Piero Amara. Il super pentito, all’epoca, delineò l’esistenza di una fantomatica loggia, denominata Ungheria, della quale avrebbero fatto parte pezzi grossi delle istituzioni, compresi magistrati e uomini delle forze dell’ordine. Dichiarazioni che, secondo Storari, andavano approfondite, ma nonostante ciò il pm registrò un certo attendismo da parte dei vertici della procura. Se, da un lato, Greco ha respinto le accuse di Storari, rivendicando l’iscrizione dei primi indagati come sua personale decisione, dall’altro Davigo, dagli studi di La7, ha ribadito che l’indagine non sarebbe stata avviata subito, come previsto dalla legge, bensì dopo sei mesi e solo dopo averne parlato con il procuratore generale della Cassazione Giovanni Salvi, che poi si sarebbe messo in contatto con il procuratore.

Ma a destare clamore, nelle ultime ore, sono anche le parole dell’ex assistente di Davigo, Giulia Befera, sentita dai pm romani nell’ambito dell’indagine a carico di Marcella Contrafatto, ex segretaria dell’allora consigliere del Csm, indagata per calunnia ai danni di Greco in merito alla diffusione dei verbali di Amara. Stando alle sue dichiarazioni, infatti, i verbali sarebbero stati usati da Contrafatto come “strumento” per evitare che Davigo decadesse dal Consiglio superiore della magistratura a seguito del suo pensionamento. Piano evidentemente fallito, motivo per cui i verbali sarebbero stati utilizzati con un altro scopo: quello di “punire” il Csm, che avrebbe sacrificato Davigo nonostante il suo tentativo di salvare l’indagine milanese. Il tutto sarebbe stato possibile grazie ad un bel titolone ad effetto, magari dalle colonne del Fatto Quotidiano. A raccontarlo, ieri, sono stati Corriere della Sera e Repubblica. Agli atti manca ancora la versione di Contrafatto, che ha preferito non rilasciare dichiarazioni, pur continuando a professarsi innocente. Secondo quanto riferito da Befera, in un primo momento, l’ex pm di Mani Pulite pensava di essere confermato, salvo poi capire che ciò non sarebbe stato possibile.

«La Contrafatto – ha evidenziato Befera – mi rappresentò che sarebbe stato bello ed eclatante se avesse avuto clamore mediatico la vicenda relativa ai verbali, alla loggia e al fatto che Davigo sapesse e avesse informato la presidenza del Csm e il presidente della Repubblica, venendo ripagato con la mancata riconferma». La donna avrebbe ribadito l’estraneità di Davigo: «Lui non voleva certo che tali notizie uscissero, dava sempre l’impressione di confidare nell’andamento della giustizia», ha dichiarato, mentre Contrafatto avrebbe manifestato l’idea «di scatenare un titolone sui giornali prima del plenum; in pratica mi disse che sarebbe stato “stupendo” se la notizia fosse uscita sui giornali. La mia percezione all’epoca era che Marcella stesse esagerando, perché è un soggetto sopra le righe. Io le dissi “andiamo carcerate”». Le spedizioni dei verbali al Fatto risalgono all’ottobre- novembre 2020, mentre il plico venne inviato a Repubblica il 24 febbraio 2021. Ma la notizia non venne pubblicata, tant’è che a Natale 2020 Befera scrisse un messaggio a Contrafatto per chiederle: «La vuole far scoppiare o no sta bomba?». La donna ha spiegato ai pm che il riferimento era però a Davigo: «Mi domandavo perché continuasse a non far emergere pubblicamente ciò che sapeva su Ardita».

L’interrogatorio di Befera rivela infatti altri particolari, in parte già noti: «Il consigliere Davigo nel maggio 2020 mi disse che aveva deciso di rompere i rapporti con il consigliere Ardita perché gli era stato consegnato un verbale di dichiarazioni rese alla Procura di Milano in cui il nome di Ardita era associato a una loggia». Davigo — ha raccontato Befera nell’interrogatorio davanti ai pm romani — «mi disse che ne aveva parlato con il vicepresidente del Csm, e so che anche la Contrafatto era a conoscenza dei verbali. Mi disse che sapeva dove erano collocati, cioè nella stanza di Davigo, in uno scaffale posto in basso». Ma il riferimento alla lite con Ardita non sarebbe preciso. Secondo quanto riferito da Nicola Morra, presidente della Commissione Antimafia, tra le persone informate da Davigo dell’esistenza di quei verbali, la rottura dell’ex pm di Mani Pulite con l’ex amico, col quale ha fondato la corrente Autonomia& Indipendenza, risalirebbe ad un periodo precedente alla ricezione di quei verbali, ovvero alla nomina del procuratore di Roma, già al centro dell’affaire Palamara, e quindi all’inverno dello scorso anno.

A far “scoppiare la bomba”, comunque, è stato il togato Nino Di Matteo, che il 18 febbraio 2021 ha ricevuto un plico anonimo da parte del «corvo» del Csm. «Ho mandato solo le carte… diciamo più interessanti. Sicuramente ci sono dei nomi che lei conosce. È bene sapere chi abbiamo intorno e soprattutto scoprire la verità sulla moralità delle persone. Sarà una sorpresa sicuramente. Ben tenuto nascosto dal procuratore Greco. Chissà perché ( Altri verb. c’è anche lui)», si leggeva nel testo della missiva allegata ai verbali. E proprio tale lettera è costata a Contrafatto l’apertura di un procedimento penale per calunnia. «Mi disse che non era stata lei a inviare i verbali – ha concluso Befera – e che avevano voluta incastrarla all’interno del Csm».

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