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L’analisi di Gianfranco Polillo

Buone nuove sul fronte europeo, un po’ meno da quello partenopeo, dove l’accordo sul clima, al di là delle parole, richiede ancora un supplemento di trattativa.

La buona novella riguarda la prima emissione di eurobond, per far fronte ai finanziamenti della Next generation Ue. La domanda é stata 10/12 volte superiore ai volumi di emissione. I titoli, ovviamente, tutti sottoscritti. Ed il ricavato (25 miliardi) in cassa, pronto per essere girato agli Stati, come prima tranche dei finanziamenti concessi. Era scontato? Sì e no. Prevedibile la completa sottoscrizione, meno la dimensione della domanda. Che fa ben sperare per le sorti dell’euro. In prospettiva una possibile alternativa al dollaro, come valuta globale.

I risultati della prima asta hanno galvanizzato gli uomini del board della Bce, neutralizzando le voci dei più ortodossi. Di coloro, cioè, che temono una politica monetaria troppo accomodante, in grado di produrre sfracelli: tasso d’inflazione alle stelle e scarsa determinazione nel contenimento del debito. Secondo la forward guidance, la politica monetaria non solo non cambierà. Ma rimarrà tale anche nel medio periodo. E al fine di risultare credibile agli occhi del mercato, ecco le specifiche in grado di tranquillizzare gli scettici.

Il riferimento é sempre a quel tasso di inflazione inchiodato al 2 per cento del Pil. I tassi d’interesse rimarranno tali, o addirittura inferiori a quelli esistenti, fin quando non si verificheranno tre distinte situazioni. La prima é che l’inflazione dovrà crescere oltre quel livello prima che si sia raggiunto l’orizzonte previsionale, che é il 2023. La relativa verifica (outlook based) dovrebbe compiersi alla fine del 2022. Ma l’eventuale scostamento dal target non sarà sufficiente. Dopo quella data, infatti, quel livello dovrebbe consolidarsi (outcome based), per decidere diversamente. La terza condizione riguarda il parametro di riferimento: non il semplice aumento dei prezzi, ma l’inflazione core. Ossia depurata dagli elementi più volatili quali i prezzi dell’energia o dei prodotti alimentari.

Da dove nasce tanta prudenza? Un po’ dalla sensazione che la battaglia contro il Covid, visto il tasso di diffusione della variante Delta, sia ancora lungi dall’essere vinta. Pur incrociando le dita, difficile non prendere in considerazione il rischio di eventuali ricadute in termini economici. Ed allora, meglio mantenere a portata di mano l’eventuale paracadute. Una seconda valutazione riguarda il medio periodo e la spada di Damocle che pende sulla testa del Pianeta Terra. Il green deal sarà la vera sfida dei prossimi anni. Ed una delle sfide più difficili da vincere.

Già l’idea di contenere entro un massimo di 1,5 centigradi il livello della maggiore temperatura del Pianeta, nello spazio dei prossimi dieci anni, appare una missione difficile, se non impossibile. Se poi si estende lo sguardo al 2030, gli obiettivi si dimostrano ancora più ambiziosi. Per allora le emissioni di CO2 dovrebbero essere ridotte del 55 per cento ed azzerate nel 2050. Mentre nel 2035 dovrebbe cessare la produzione delle automobili a benzina e diesel. Non sarà forse un “bagno di sangue” come temuto dal ministro della Transizione ecologica, Roberto Cingolani, ma sicuramente nemmeno una passeggiata di salute.

Per i Paesi del G20 si tratterà di mettere in moto un gigantesco processo di riconversione industriale, che non ha precedenti nella storia dell’uomo. Inevitabili, quindi, i dubbi, le preoccupazioni, gli scetticismi. Due gli ordini di problemi. L’Europa sembra decisa a comportarsi come la prima della classe. Ma il vecchio Continente non ha il primato dell’inquinamento termico. Ben altre responsabilità sono in capo alla Cina ed agli Stati Uniti, le cui economie girano a ritmo vorticoso, proprio grazie alla disponibilità di un’energia prodotta dalle sostanze più inquinanti. In particolare il carbone. Cosa succederebbe se, al termine di uno sforzo senza precedenti, compiuto in Europa, quei traguardi, per colpa degli altri grandi distruttori dell’ambiente, non fossero raggiunti? “Cornuti e mazziati”: espressione colorita ed un po’ volgare, ma efficace.

Si spiegano allora i dubbi avanzati da più parti. Dal ministro Cingolani, come già ricordato. Ma dallo stesso Giancarlo Giorgetti, ministro dello Sviluppo economico, che teme per l’esistenza stessa della “Motor valley”,quel concentrato di intellighenzia italiana in grado di realizzare prodotti come la Ferrari o la Lamborghini. Che forse potranno essere convertite alla trazione elettrica, ma solo a seguito di giganteschi investimenti in grado di sostituire di sana pianta, le attuali catene di produzione. Se poi non bastasse, a scendere in campi é stato lo stesso Chicco Testa, che nessuno può accusare di pregiudizi contro l’ambiente.

Un semplice calcolo, limitato alle sole centrali elettriche da sostituire, effettuato da uno dei primi presidenti di Legambiente, dimostra quanto si faccia presto ad aderire alla nuova religione dell’ambientalismo volenteroso. Entro il 2030 la sola Italia dovrebbe produrre 70 mila kilowatt di energia, ottenuta dalle fonti rinnovabili. Con una media di 7 mila all’anno. Quando l’attuale produzione é inferiore a mille all’anno. Dati che dimostrano l’esistenza di un gigantesco problema di investimenti, con tutto ciò che esso comporta in termini di regole autorizzatorie e vincoli di natura burocratica.

Secondo uno studio recente – New energia outlook 2021 ad opera di Bloomberg New energy finance – la transizione e energetica necessaria, per giungere alle emissioni zero nel 2050, potrebbe costare dai 90mila ai 173mila miliardi di dollari di investimenti. Considerato che il Pil mondiale, secondo i calcoli del Fondo monetario (2018-19), non dovrebbe superare gli 85mila miliardi di dollari é facile misurare quanto forte dovrebbe essere lo sforzo per raggiungere quei risultati. In linea teorica, gli investimenti, nel solo campo energetico, dovrebbero aumentare di una quota rispetto al Pil mondiale oscillante tra il 3,5 per cento annuo ed 7 per cento scarso, a secondo dei due tetti considerati nel report. Ben al di sopra quindi degli investimenti complessivi realizzati ogni anno. Dall’inizio de terzo millennio al 2020 gli investimenti, secondo i dati della Commissione, in Europa sono aumentati ad un ritmo inferiore all’1 per cento annuo ed al doppio negli Stati Uniti.

Gli scarti contabili appena evidenziati spiegano meglio di qualsiasi sofisticata analisi econometria il comportamento della Bce. Di fronte ad un’orizzonte che più incerto non si può, meglio puntare su una politica che favorisca l’investimento, piuttosto che il risparmio, quale premessa, seppure tutt’altro che scontata, per abbattere le emissioni di CO2, che stanno rovinando la vita Terra. Che la stessa consapevolezza illumini la Commissione europea quando si tratterà di decidere della riforma del Patto di stabilità. Affinché la politica monetaria non risulti essere in contrasto con quella di bilancio.

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