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Dopo un conteggio dei voti appassionante e rocambolesco (oltre che in parte ancora non terminato) le porte della Casa Bianca si stanno per aprire per Joe Biden. Donald Trump sembra più che deciso a vendere cara la “pelle”, pur contro ogni evidenza e in totale rottura e disprezzo delle pratiche costituzionali democratiche. Il team legale dello staff del presidente sta infatti preparando una serie di ricorsi e azioni legali che, nonostante sembrino destinate all’insuccesso, sortirebbero molto probabilmente l’effetto di ritardare il processo di investitura di Biden. Questa eventualità solleverebbe un punto interrogativo non solo sull’iter istituzionale previsto dalla prassi (non dimentichiamoci che il 14 dicembre è la data entro la quale i Grandi elettori devono confermare l’elezione del nuovo presidente), ma anche sulla stabilità sociale all’interno degli Stati Uniti, dove si potrebbero scatenare proteste e disordini tra le fazioni più contrapposte e radicali.

Comunque vadano a finire le cose, per Biden e i democratici lo scenario che si sta prefigurando non corrisponde certamente alle aspettative della vigilia del voto. Ancora una volta (anche se in maniera meno clamorosa e imbarazzante del 2016) i sondaggi hanno sbagliato le previsioni: i dem non sono riusciti a sfondare la “diga” repubblicana, confermando l’estrema polarizzazione presente nel Paese. Il pur ottimo risultato personale ottenuto da Biden – persona competente, seria e onesta che si avvia a diventare il presidente in assoluto più votato della storia statunitense con oltre 70 milioni di preferenze – si dovrà scontrare tuttavia con una performance del Partito democratico non così esaltante né alla Camera dei Rappresentanti né al Senato. L’esigua maggioranza ottenuta al Congresso, unitamente al sostanziale pareggio alla Camera alta, rischiano di fare di Biden un presidente limitato nei suoi poteri ancora prima di cominciare il suo mandato. Inoltre, le profonde fratture ormai cristallizzate all’interno della società americana rivelano l’esistenza di due Paesi diversi, in contrapposizione quasi inconciliabile tra loro. Questo è il frutto di un processo durato anni e che investe l’intero Occidente, che si dovrebbe interrogare seriamente sul futuro del mondo democratico e globalizzato.

Non dimentichiamoci comunque che gli Stati Uniti restano la prima potenza economica mondiale nonché il punto di riferimento per le democrazie liberali occidentali. Pur con tutte le sue contraddizioni interne, che la presidenza di Donald Trump ha fatto emergere in superficie, gli Stati Uniti restano una terra di opportunità, di libertà, di sviluppo, e di grande solidità istituzionale. La forza della rule of law saprà certamente garantire una transizione il più possibile ordinata e rispettosa sia dei vincitori che dei vinti. L’alternanza al potere tra repubblicani e democratici non dovrebbe infatti essere vista come una rivalsa dei secondi sui primi: iniziare la sua presidenza con un atteggiamento simile sarebbe un errore capitale per Biden, che – come crediamo e speriamo – sarà invece capace di abbassare i toni dello scontro e cercherà una ricomposizione delle fratture che hanno messo a dura prova gli Stati Uniti in un anno davvero difficile. Una presidenza meno divisiva e più aperta al resto del mondo sarà molto utile anche all’Europa e in particolare all’Italia, che ha bisogno di rafforzare la storica alleanza con gli Stati Uniti per ottenere un’importante sponda in scenari chiave per i propri interessi strategici in tutta la regione del Mediterraneo. L’imminente presidenza italiana del G20 sarà la prima, importante occasione per verificare la disponibilità di Washington di sedersi nuovamente al tavolo multilaterale e, nel contempo, la capacità dell’Italia di portare avanti la propria agenda internazionale coinvolgendo un partner chiave come gli Stati Uniti.