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Durante l’amministrazione Trump il record di giustiziati in 200 anni Le Ong abolizoniste: «Bene, ora si riformi tutto il sistema giudiziario »

«Se uniamo la misericordia con la forza e la forza con il diritto, allora l’amore diventa la nostra eredità e cambia il diritto di nascita dei nostri figli».

In occasione della cerimonia d’insediamento del presidente Joe Biden a Washington, nel gennaio scorso, la giovane poetessa afroamericana Amanda Gorman pronunciò queste parole. Un discorso potente ma che poteva anche cadere nel vuoto della retorica in un momento di massima enfasi. Forse però qualcosa di così ispirato è rimasto nella testa dell’inquilino della Casa Bianca. La notizia è infatti che mentre si discute di una possibile revisione della pena di morte negli Usa, tutte le esecuzione a livello federale sono state sospese.

Lo ha annunciato con una nota ufficiale il procuratore generale degli Stati Uniti Merrick Garland spiegando che il Dipartimento di Giustizia sta prendendo concretamente in esame i termini per la fine o quantomeno una modifica della pena capitale. Secondo Garland «il Dipartimento di Giustizia deve garantire che a tutti nel sistema di giustizia penale federale non solo vengano concessi i diritti garantiti dalla Costituzione e dalle leggi degli Stati Uniti, ma siano anche trattati in modo equo e umano» e – ha aggiunto significativamente – «Questo obbligo ha una forza speciale nei casi capitali» . Il predecessore di Garland, William Barr, aveva dato un forte impulso alla ripresa delle esecuzioni federali ferme da 17 anni, durante gli ultimi mesi dell’amministrazione Trump, il Bureau of Prisons ( BOP) aveva eseguito 13 messe a morte, nonostante la pandemia di COVID- 19 infuriasse in tutto il sistema carcerario federale facendo ammalare alcuni dei prigionieri nel braccio della morte e persino alcuni dei loro avvocati.

Le condanne eseguite a partire da luglio 2020 fino a pochi giorni prima che Trump lasciasse l’incarico, il 20 gennaio 2021, hanno superato quelle intraprese da qualsiasi altro presidente degli Stati Uniti dal 19° secolo. Una catena di morti della quale l’ultimo anello è stato Dustin Higgs, giustiziato nel complesso della prigione federale di Terre Haute, Indiana, a meno di una settimana dal termine dell’incarico di Trump. Questo creò spaccature nella stessa Corte Suprema, la giudice Sonia Sotomayor condannò l’amministrazione repubblicana definendo il suo operato «una corsa per uccidere i detenuti».

In realtà la pena di morte fu usata come una vera e propria clava politica, da ciò la sua accelerazione dell’epoca con la segretezza che circondava gli aspetti delle esecuzioni, il rigorosissimo anonimato dei carnefici. Ma soprattutto a restare avvolte nell’oblio sono le notizie riportate da diversi avvocati circa le modalità “dolorose” delle esecuzioni. Il riferimento è al pentobarbital, il farmaco usato per dare la morte e i cui effetti sono apparsi pesantemente lesivi. La sensazione di annegamento, per il rapido danneggiamento dei capillari polmonari, è stata acclarata dalle autopsie dei condannati.

Garland ha incaricato la vice procuratore generale, Lisa Monaco, di condurre una revisione che valuterà, tra le altre cose, il protocollo sui farmaci del Dipartimento di Giustizia a partire dal 2019. Il Federal Bureau of Prisons ha fino ad ora rifiutato di spiegare come ha ottenuto il pentobarbital sebbene i farmaci usati siano diventati sempre più difficili da reperire. Le aziende farmaceutiche negli anni duemila hanno iniziato a vietare l’uso dei loro prodotti per le esecuzioni, affermando che erano destinati a salvare vite umane.

Ruth Friedman, direttrice del Federal Capital Habeas Project saluta la decisione ma invita Biden a riformare tutto il sistema giudizirio: «È un passo nella giusta direzione, ma non è sufficiente. Sappiamo che il sistema federale della pena di morte è guastato da pregiudizi razziali, arbitrarietà, esagerazioni e gravi errori degli avvocati della difesa e dei pubblici ministeri che lo rendono irreparabile».