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Condannata alla forca nell’ottocento, Giuditta, l’impiccata di Castel Capuano, ogni anno rivive nel giorno della sua esecuzione…

Un’ombra nera s’aggira nei corridoi del vecchio Tribunale di Napoli. Per tutti è il “fantasma degli avvocati”: l’anima errante che il 19 aprile di ogni anno infesta con urla strazianti le stanze di Castel Capuano, ex sede della sezione civile, Palazzo di Giustizia dal XVI secolo. Fu lì, duecento anni dopo, che la Gran Corte della Vicaria condannò a morte Giuditta Guastamacchia per l’efferato omicidio di suo marito. Dopo un processo sommario, i giudici liquidarono la sua sorte e quella dei suoi complici con una pena esemplare. Non bastò infatti la forca per “rimediare” al delitto: dopo l’impiccagione, ai condannati furono amputate la testa e le mani e i resti esposti sulle mura della Vicaria, come pretendeva la legge. I loro crani divennero in seguito oggetto di studio, per la fisionomia criminale, e furono trasportati al Museo Anatomico di Napoli, dove tutt’ora sono conservati. Mentre l’anima di Giuditta cerca ancora riposo, e nell’anniversario di quella sentenza, in aprile, grida vendetta: a lei, “l’impiccata della Vicaria”, la fantasia popolare attribuisce lo spettro del tribunale.

Le cronache del tempo ne parlano come di una donna bellissima, astuta, malvagia. Visse negli anni della rivoluzione napoletana, a cavallo tra il settecento e l’ottocento. Rimase vedova da giovanissima, dopo che suo marito fu giustiziato per frode al Regno. Con sé aveva un figlio e quattro soldi: suo padre non poteva badare ad entrambi, così la chiuse nel monastero di Sant’Antonio alla Vicaria. Ma in quel luogo consacrato alla castità nacque un amore proibito. Il fascino irresistibile di Giuditta infiammò l’abito talare di un prete, e i due consumarono la loro passione all’ombra del crocifisso. Fino a quando lo scandalo non cominciò a serpeggiare nei viali stretti della Napoli antica. Per mettere a tacere le voci, il prete raccontò di essere uno zio della donna, e la diede in sposa a un suo nipote di Bari, appena sedicenne. Il matrimonio di copertura diede modo ai due di lasciare il monastero e vivere indisturbati il loro amore nella casa del prete, che condividevano. Il piano, però, non andò come previsto. Il giovane sposo capì l’inganno e si mise di traverso. Ripartì per la Puglia, lasciando gli amanti al loro doloroso destino. Avrebbe raccontato ogni cosa? Il rischio era troppo grande: bisognava ucciderlo.

Leggenda vuole che fu la stessa Giuditta ad orchestrare l’omicidio fin nei dettagli, mettendo insieme una squadra di complici alquanto bizzarra. Cresciuta al riparo dai venti progressisti della realtà cittadina, come donna aveva subito per tutta la vita il destino che per lei si era scritto. Ma questa volta fu diverso. Questa volta elaborò ella stessa un piano. E dopo le prime riserve, anche il suo amante clandestino acconsentì al progetto. Alla compagnia criminale si aggiunse il padre di Giuditta, al quale la donna raccontò di essere maltratta dal marito. Poi si unirono anche un barbiere e un chirurgo, ospiti nella dimora del prete. Ognuno di loro giocò la sua parte, nel feroce delitto. Innanzitutto bisognava riportare il giovane sposo in casa, attirarlo con una scusa: proposero un chiarimento. E il poveretto acconsentì. Giuditta mise allora a bollire dell’acqua, e invitò suo marito a farsi sistemare i capelli dal barbiere. Fu il modo più semplice per stringergli un cappio al collo. Che però non uccise il ragazzo: così Giuditta gli salì sul petto fino ad ucciderlo. A quel punto fu il turno del chirurgo, che disfò il cadavere in pezzi e li gettò nel pentolone d’acqua. «Pensarono che ammazzandolo in casa, sfigurandolo, e facendolo in pezzi si sarebbe potuto occultare il delitto, ed attribuirsi ai soliti rei di Stato, per cui avevano anche pensato di attaccare su qualche pezzo del cadavere un cartello che ciò indicasse», racconta nel 1800 Carlo De Nicola, nel suo Diario napoletano.

L’unico a non partecipare a quel macabro rituale fu il prete, rientrato in casa troppo tardi per fermare lo scempio. A nulla valsero le sue rimostranze, il piano era compiuto: bisognava sbarazzarsi del corpo. E così fece il barbiere, tentando di trascinare i sacchi ricolmi dell’orrendo bottino fuori dalla città. Ma alle porte di Napoli le guardie che presidiavano i confini non se la bevvero: aprirono il sacco e videro l’atroce spettacolo. Intanto, il resto della compagnia capì che qualcosa era andato storto. E tentò la fuga verso Capodichino. Ma furono le stesse guardie a catturarli: il barbiere, messo alle strette, aveva parlato. Il seguito è noto, furono tutti condannati alla forca tranne il prete, che se la cavò con un ergastolo per non aver partecipato materialmente al delitto.

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