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Gino Girolimoni non era il “mostro”. Ma Il processo mediatico gli distrusse la vita

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Più che un nome un aggettivo: “Girolimoni”, ossia il mostro di Roma, l’autore dei barbari omicidi di quattro bambine che scossero Italia fascista. Ogni romano di una certa età ancora oggi utilizza quell’espressione quando dalle acque torbide della cronaca nera emerge il delitto a sfondo sessuale di un minorenne. E poco importa che il signor Gino Girolimoni fosse un uomo innocente: nell’immaginario collettivo quel nome è un marchio d’infamia, che corrisponde alla sinistra nomea del pedofilo. Un’antonomasia.

Siamo nel 1924, Mussolini ha preso il potere da due anni e l’immagine che vuole dare di sé e del suo regime deve essere rassicurante. Nei cinema da lì a poco avrebbero furoreggiato le commedie dei Telefoni bianchi, storie di borghesi e nobildonne alle prese con i piccoli tormenti del cuore in una cornice ammantata di benessere e finta spensieratezza. Saranno i brutali omicidi delle bambine romane a incrinare quel quadretto idilliaco. Quando il 31 marzo viene ritrovato in un fosso di Monte Mario il corpo della piccola Emma Giacomini (aveva 4 anni) i giornali prestano un’attenzione relativa a quel tremendo delitto. La bambina era stata adescata in un giardino pubblico -raccontano i testimoni- da un elegante e slanciato signore con i baffi vestito di grigio, il suo cadavere presentava evidenti segni di violenza.

Tre mesi dopo un altro agghiacciante delitto: Bianca Carlieri detta “Biocchetta”, tre anni, giace senza vita in un fosso a poche decine di metri dalla Basilica di San Paolo fuori le mura. Anche lei prima di venire uccisa aveva subito abusi. Ormai nessuno può più ignorare quell’orrore, e i media di regime cambiano atteggiamento: bisogna trovare il “mostro” e bisogna farlo il prima possibile, ci mette la faccia il Duce in persona che convoca il capo della polizia Arturo Bocchini e promette giustizia. La settimana precedente era stato ucciso il deputato socialista Giacomo Matteotti e gli efferati crimini del “mostro” sono anche un’occasione per distogliere l’attenzione popolare sulla deriva autoritaria che il nostro Paese stava vivendo. Così in tutta la capitale si scatena una gigantesca caccia all’uomo fatta di paranoiche segnalazioni di improbabili orchi e maniaci avvistati un po’ ovunque. Intanto però gli omicidi continuano. A novembre un’altra bambina, Rosa Pelli, 4 anni, viene rapita e uccisa con lo stesso metodo; il corpo è rinvenuto nei pressi di piazza S.Pietro. In città dilagano la psicosi e l’emozione: ai funerali, raccontano le cronache, partecipano più di 100mila persone mentre altri macabri ritrovamenti avvengono nei mesi successivi. A maggio Elisa Berni, 6 anni, che giace sul ciglio del Tevere ancora in vita ma in stato di choc, ad agosto Celeste Tagliaferro su ponte Michelangelo, appena un anno e mezzo, anche lei era stata risparmiata. L’ultima vittima è Armanda Leonardi, 5 anni, uccisa e ritrovata in un giardino dell’Aventino.

Le indagini si concentrano sul mondo slabbrato delle borgate, vengono fermati senza tetto, malati psichiatrici, pregiudicati per reati sessuali, poveri diavoli, Eppure le descrizioni parlano di un uomo ben vestito dall’aria benestante, bisogna cercare altrove. Il ministero dell’Interno mette una taglia di 50mila lire (circa 45mila euro di oggi) le denunce arrivano a migliaia nei commissariati ma senza alcun esito.La svolta nella primavera del 1927: viene fermato un ragazzo di 28 anni, Gino Girolimoni, un mediatore di cause per infortuni sul lavoro con l’hobby della fotografia. Lo ha riconosciuto un brigadiere di servizio in uno dei quartieri dove era stata rapita una bambina. Lo conosceva bene: erano nello stesso reggimento durante la Prima guerra mondiale e lo vedeva spesso aggirarsi nei parchi pubblici, una volta aveva anche parlato con una ragazzina di 12 anni con fare sospetto.Girolimoni viene fermato, portato al commissariato di Borgo dove decine di testimoni giurano che il mostro è lui. Conoscenti e vicini di casa improvvisamente si ricordano che quel ragazzo è un tipo «strano», «inquietante ». Nella sua abitazione la polizia trova i vestiti e i costumi che Girolimoni usa per le sue fotografie. Ovvio: sono i “travestimenti” che il maniaco indossa per adescare le piccole.

Il celebre criminologo lombrosiano Samuele Ottolenghi conferma: Girolimoni ha proprio la faccia del pervertito. L’agenzia Stefani parla di «prove irrefutabili». È il primo processo mediatico della storia italiana, Peccato che le prove fossero tutt’altro che irrefutabili. In pochi mesi, grazie al coraggio di un commissario, Giuseppe Dosi, e alla tenacia dell’avvocato Ottavio Libotte, Girolimoni viene prosciolto per non aver commesso il fatto. Testimonianze contraddittorie, incongruenze temporali, nulla si tiene in piedi.Dosi è convinto che il colpevole sia un pastore britannico. Ralph Lyonel Brydges, che aveva precedenti per abusi su minori. Ma è un amico intimo del console inglese e la sua insistenza viene punita dal regime che lo destituisce per poi farlo rinchiudere in un manicomio. Mentre Girolimoni è un uomo libero: la sua assoluzione finisce nei trafiletti delle pagine interni dei giornali. Morirà solo e poverissimo nel 1961 e, anche se innocente, nell’immaginario marcito della nazione è e resterà sempre “il pedofilo”.

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