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Il compost si realizza con un misto di materie organiche che altro non sono che scarti e residui di diverso genere. I compost in vendita in Italia, però, potrebbero essere inquinati da alcune sostanze che, di conseguenza, andrebbero a finire anche nella terra su cui si coltiva e nei nostri piatti.

Ad indagare sulla questione di un possibile inquinamento del compost in Italia è stato Il Salvagente che ha preso in esame diversi aspetti della filiera del compost.

Gli imballaggi compostabili

Si parte dal tema degli imballaggi che, nel caso di alcune aziende, stanno diventando essi stessi compostabili. Vi sono infatti già dei marchi, anche nel nostro paese, che hanno lanciato dei packaging interamente, o solo in alcune parti, compostabili.

Le confezioni, però, contengono ad esempio degli inchiostri che potrebbero “arricchire” il compost di metalli pesanti. Esistono in questo senso delle conferme, come le analisi effettuate su alcuni imballaggi di carta per le uova (commissionate in ambito industriale) che hanno individuato la presenza di molti metalli: alluminio, piombo, manganese, bario, zinco, rame, ferro, cromo, litio e vanadio, insieme a tracce di Mosh.

Si trattava sempre di residui al di sotto dei limiti di legge che però, per quanto riguarda i fertilizzanti, sono fissati solo per alcune sostanze (ne sono esclusi ad esempio l’allumino e i Mosh).

Gli esperti ridimensionano comunque la possibilità di una contaminazione del compost da parte delle confezioni. Come ha dichiarato Franco Ferroni, responsabile Agricoltura e biodiversità di Wwf Italia a Il Salvagente:

“È probabile che i metalli pesanti siano riconducibili agli inchiostri presenti nella carta e nei cartoni riciclati con cui sono fatte le confezioni per le uova. Sicuramente meno sostanze chimiche persistenti mettiamo in circolo negli ecosistemi, meglio è. Tenendo però conto che la quantità di confezioni che finirebbero nel compost sarebbero minime rispetto al volume complessivo della sostanza organica compostabile, il rischio di contaminazione non credo sarebbe mai preoccupante”.

Fanghi da depurazione

Il problema più serio sembra essere un altro, la presenza nel compost di fanghi da depurazione.

Le principali 4 categorie di cui si compone il compost sono infatti le seguenti:

  • frazione umida (60%)
  • frazione verde (sfalci e potature di parchi e giardini) (22%)
  • fanghi di depurazione di acque civili e agroindustriali (10%)
  • rifiuti a matrice organica agroindustriali (8%).

Il fatto è che, in Italia, i fanghi di depurazione possono contenere sostanze pericolose come diossine e policlorobifenili (PCB). Ciò concretamente significa che queste sostanze, che arrivano potenzialmente sui terreni agricoli attraverso il compost (e magari anche nei nostri orti casalinghi) rischiano di finire anche nei cibi che consumiamo.

Come ha fatto sapere alla rivista Massimo Centemero, direttore del Consorzio italiano compostaggio (Cic), i fanghi da depurazione sono appunto circa il 10% degli scarti che verranno trasformati in fertilizzante dopo essere stati trattati.

Questi devono comunque rispettare alcuni limiti ma il problema è che l’articolo 41 del decreto Genova del 2018, e successive modifiche, consente di utilizzare anche fanghi contaminati ad esempio da diossine, Pcb, idrocarburi e furani.

Ma chi vigilia sulla filiera del compost in Italia e si assicura che i prodotti non siano contaminati?

Centemero ha fatto sapere che esistono norme con limiti molto severi e restrittivi:

“La norma di riferimento per i fertilizzanti, attualmente, è il decreto legislativo 75/2010 che contiene anche i limiti per alcuni parametri, e che dettaglia le caratteristiche ambientali ed agronomiche affinché il prodotto possa essere commercializzato. Si tratta di una norma con limiti molto severi e più restrittiva della norma europea. L’azienda produttrice deve effettuare le analisi richieste per poter vendere o cedere il prodotto. La verifica dell’effettiva rispondenza del prodotto alle caratteristiche dichiarate viene anche effettuata a campione dalle Agenzie per l’ambiente locali o nazionali”.  

Nonostante questo, a detta di Massimo Centemero, è urgente aggiornare la normativa nazionale (che risale al 1992) e rivedere la direttiva sui fanghi di depurazione (cosa su cui l’Ue sta già lavorando).

Fonte: Il Salvagente

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