Erdogan ed il Genocidio Armeno Joe Biden ha riconosciuto le sue responsabilità

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WASHINGTON, DC - APRIL 24: Supporters of Armenian stand off with Turkish supporters outside the Turkish...

A novantatré giorni dal suo insediamento, il 23 aprile, il presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, ha chiamato per la prima volta il presidente Recep Tayyip Erdoğan. Ha scelto di farlo in un periodo dell’anno molto significativo per la storia turca, per due ragioni. In primo luogo perché il 23 aprile del 1920 la grande Assemblea nazionale turca fu trasferita ad Ankara da Mustafa Kemal Atatürk, padre della patria: fu quello un giorno storico che segnò la transizione dalla vecchia Turchia ottomana a quella Repubblicana con le sue radici laiche e occidentali fondata nel 1923. In secondo luogo perché il 24 aprile si celebra, anche presso il Congresso, il 106° anniversario dell’orribile massacro di circa un milione e mezzo di armeni dell’Anatolia, avvenuto tra il 1915 e il 1921, negli ultimi anni di vita dell’Impero ottomano. Secondo Ankara e Washington, Biden ed Erdoğan durante la loro conversazione telefonica non ne hanno parlato, ma presumibilmente è stata preannunciata la dichiarazione del Presidente, con il riconoscimento – letteralmente – del “genocidio armeno”. Prima volta di un presidente americano. 

Ricordiamo i morti nel genocidio armeno dell’era ottomana e ci impegniamo a impedire che una tale atrocità si ripeta… Non è incolpare la Turchia, ma confermare la storiaJoe Biden

Nel colloquio con Erdogan, Biden aveva espresso “il suo interesse per una relazione bilaterale costruttiva con Ankara in aree di cooperazione ampliate e una gestione efficace dei punti di disaccordo tra i due alleati”. Inoltre i due leader hanno concordato di tenere un incontro bilaterale a margine del vertice della Nato di giugno.

Biden in campagna elettorale promise che sarebbe stato il primo presidente americano a sostenere una risoluzione che avrebbe etichettato l’uccisione di massa di circa 1,5 milioni di armeni come “genocidio”. Nel 2019, il Congresso americano, poco dopo l’offensiva turca nelle aree controllate dai curdi nel nordest della Siria, aveva già approvato una dichiarazione in tal senso. L’allora presidente Donald Trump respinse la risoluzione, ma descrisse quei massacri come “una delle peggiori atrocità di massa del XX secolo”. I precedenti presidenti evitarono di usare la parola genocidio nonostante avessero promesso in campagna elettorale di definire in quel modo il massacro degli armeni. In realtà Ronald Reagan usò questa definizione in una sua dichiarazione che poi ritirò a seguito delle pressioni del Governo turco.  Durante la campagna elettorale del 2008, Barack Obama, si impegnò in tal senso, ma non mantenne la sua promessa, temendo di infiammare le tensioni con Ankara, prezioso alleato strategico che ospita nella base aerea di İncirlik cinquanta testate nucleari e una flotta di caccia, utilizzata per lanciare le operazioni in Siria.

il riconoscimento del genocidio armeno potrebbe mettere a dura prova le relazioni Usa-Turchia. Sappiamo bene che Ankara rifiuta la definizione di genocidio perché sostiene che i massacri degli armeni sono da inquadrare nello scenario dei conflitti durante la prima guerra mondiale e non a seguito di uccisioni sistematiche condotte dagli ottomani. Erdoğan in alcune recenti dichiarazioni aveva testualmente affermato: “La Turchia continuerà a difendere la verità contro le menzogne del cosiddetto “genocidio armeno” e contro coloro che sostengono questa calunnia per calcoli politici”. 

Biden vuole riequilibrare anche le relazioni con Ankara e non è disposto a compromessi sul sistema russo S-400 che Washington chiede che sparisca dal suolo turco. Preme affinché Ankara rinunci alla cooperazione militare con Mosca e si mostra particolarmente sensibile alla condizione dei diritti umani in Turchia. Washington sa che questo è il momento propizio per dettare le condizioni al suo alleato in gravi difficoltà interne, bisognoso di un ritorno a fruttuose relazioni su vari dossier di politica estera e ad una più stretta cooperazione economica. Erdoğan appare molto debole e il presidente americano ne approfitta a differenza del suo predecessore Trump che invece elogiava apertamente i leader autocratici.

Sono diverse le aree in cui gli interessi americani e turchi si sovrappongono, come in Afghanistan, nel Mar Nero e nei riguardi dell’Iran e dunque l’America non si aspetta una risposta particolarmente dura da Ankara dal momento che non conviene affatto al presidente turco entrare in una profonda crisi nella relazioni con Washington proprio mentre è alla ricerca del sostegno occidentale.

Da un lato, però, Erdogan risponde denunciando la “politicizzazione da parte di terzi”, per non deludere i circoli nazionalisti suoi alleati, finendo oltretutto col fare un regalo alle forze di opposizione che non vogliono sentir parlare di genocidio. D’altro canto affossare ulteriormente le relazioni con gli Usa spaventerebbe i mercati finanziari turchi, sotto pressione soprattutto a livello valutario. Alcuni analisti affermano che Ankara potrebbe reagire semplicemente limitando le missioni non Nato nella base aerea di Incirlik ad Adana e che potrebbe riprendere azioni unilaterali in Siria e in nord Iraq, ignorando gli interessi degli Stati Uniti. In effetti, il fatto che anni fa la Russia abbia definito gli eventi del 1915 come “genocidio armeno” non ha impedito che le relazioni politiche e militari con Mosca si sviluppassero proficuamente e ciò non era accaduto nemmeno nei confronti della Germania e della Francia – di oggi il nuovo pronunciamento di Emmanuel Macron. Ormai sono pochissimi i parlamenti o le amministrazioni che non riconoscono il genocidio armeno. 

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