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«Equo compenso, servono soglie minime. Anche per la Pa». L’allarme del Cnf in Parlamento

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Stefano Bertollini, componente della massima istituzione dell’avvocatura, audito oggi dalla commissione Giustizia di Montecitorio sul rafforzamento della legge che tutela i professionisti: «Va legittimata l’azione collettiva dei Consigli nazionali e istituita un’autorità garante che vigili su chi viola la disciplina»

«Si deve individuare un compenso minimo. Farlo non è una sfida temeraria al diritto dell’Unione europea. Lo hanno stabilito molteplici e anche recenti sentenze della Corte di giustizia, dunque non c’è motivo di desistere dall’ampliamento della normativa sull’equo compenso dei professionisti». Stefano Bertollini, consigliere Cnf, tocca il punto forse decisivo al termine dell’audizione dinanzi alla commissione Giustizia della Camera. Il rappresentante della massima istituzione forense viene sentito sulle proposte che intendono rafforzare la disciplina sulla dignità retributiva del lavoro intellettuale.

A Montecitorio, nella commissione presieduta dal deputato M5S Mario Perantoni, sono incardinate proposte a prima firma della leader di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni, dello storico responsabile Professioni di FI, e ora vicepresidente della Camera, Andrea Mandelli e del deputato leghista Jacopo Morrone, che aveva seguito il dossier anche da sottosegretario alla Giustizia. Ebbene, nell’indicare le priorità rispetto agli interventi da approvare in Parlamento, Bertollini cita innanzitutto «il superamento del tabù introdotto con la legge Bersani» e lo fa non a caso. Perché la prima osservazione offerta ai deputati dal consigliere Cnf riguarda la «tendenza giurisprudenziale sempre più chiara, innanzitutto in ambito amministrativistico, a limitare l’applicazione delle norme già in vigore, come avvenuto ad esempio con un caso recentissimo in cui il Tar Lombardia ha ritenuto inefficaci in presenza di una trattativa fra le parti». Senza un richiamo a soglie inderogabili che possa vincolare anche le pubbliche amministrazioni, dunque.

Anche perché gli stessi «committenti forti», banche, assicurazioni e imprese con più di 50 dipendenti e 10 milioni di fatturato, «interpretano a loro volta in modo circoscritto la legge: riconoscono un compenso non equo per il semplice fatto che l’incarico non è affidato nell’ambito di una procedura formalmente definita convenzione, ma magari con modalità mascherate da trattativa singola e scambio di lettere d’intenti. Non può essere la forma giuridica della convenzione a determinare l’equità del compenso: e questo», osserva Bertollini, «è un altro elemento chiave della proposta di modifica avanzata dal Cnf» e contenuta nel documento che Bertollini ha consegnato oggi alla commissione Giustizia. Gli altri pilastri della revisione normativa, spiega il consigliere, «a nostro giudizio dovrebbero consistere innanzitutto nella legittimazione per i Consigli nazionali di ciascuna professione a intraprendere azioni collettive nei casi in cui l’equo compenso viene violato. E sempre nell’ottica della vigilanza», aggiunge, «andrebbe istituita un’autorità garante dotata dei necessari strumenti per richiamare e assumere iniziative nei confronti di chi infrange le norme». Sono ipotesi contenute anche nel protocollo siglati con l’ex ministro Alfonso Bonafede dal Cnf, vero motore della prima legge introdotta nel 2017 con l’allora guardasigilli Andrea Orlando. Intesa che, ricorda Bertollini, «ha istituito un nucleo di monitoraggio di cui faccio parte e che registra una scarso numero di segnalazioni, da parte degli avvocati, di casi in cui la norma è disattesa. Segno di come l’efficacia della legge non sia ben compresa dagli stessi professionisti che ne dovrebbero essere tutelati», fa notare il consigliere.

Proprio Orlando, da ministro del Lavoro, si è impegnato al tavolo con gli autonomi per un rafforzamento della sua, e del Cnf, legge. «Ci sono diversi aspetti su cui si dovrà vigilare», aggiunge il rappresentante dell’avvocatura. «Innanzitutto gli incarichi gratuiti che tuttora vengono affidati persino da dicasteri come il Mef. Basti pensare alla clamorosa vicenda del 2019, in cui da una parte si affermava la necessità di individuare figure dotate di una competenza tale da non essere disponibili fra le risorse interne al ministero, e dall’altra poi si prevedeva un compenso pari a zero. Il tutto in un quadro in cui la Pa dovrebbe essere garante nell’applicazione dell’equo compenso». Ancora, «la limitazione alle grandi imprese così definite secondo il quadro normativo Ue significa escludere fino al 95 per cento del tessuto produttivo italiano, composto in realtà soprattutto da aziende medie e piccole. Va corretta anche la norma che esclude dalla legge le agenzie di riscossione, va fatta giustizia dei tanti casi in cui persino il committente pubblico lucra sulle spalle dell’avvocato il maggior compenso per l’attività difensiva eventualmente liquidato dal giudice, o la mancata applicazione della disciplina agli accordi già in essere all’epoca in cui la disciplina era stata introdotta». Tutto, è il promemoria che Bertollini affida ai deputati, «in nome di un principio di adeguatezza, decoro e tutela del lavoro, di qualunque lavoro incluso quello autonomo, affermato da una cosa che si chiama articolo 36 della Costituzione». Dovrebbe bastare. Adesso tocca al Parlamento.

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