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Il regime ostenta sicurezza e apparente normalità. Ma lo stesso Nicolás Maduro sa bene che le elezioni che si tengono questa domenica 6 dicembre in Venezuela sono un termometro sul suo consenso. Si rinnova l’Assemblea nazionale, il Parlamento unicamerale, la sola e ultima istituzione dove l’opposizione ha ancora la maggioranza e che il delfino di Hugo Chávez ha da tempo esautorato, nei suoi compiti e nel suo potere legislativo, opponendogli l’Assemblea nazionale costituente: un organismo artificioso, costruito con una serie di norme votate da organismi fedeli, chiamato a elaborare una nuova Costituzione che non è stata mai neanche tracciata. Da due anni legifera, vara, approva svolgendo un potere parallelo, in quel dualismo istituzionale che dopo la nomina di Juan Guaidó come presidente transitorio trascina il paese sudamericano verso una palude giuridica e l’isolamento internazionale.

Dopo un tentativo andato a vuoto di lanciarsi nella competizione da parte di Herinque Capriles, fondatore e leader di Primero Justicia, per due volte candidato alla presidenza e per due volte sconfitto prima da Chávez e poi, per un pugno di voti, dallo stesso Maduro, il vasto fronte dell’opposizione ha deciso di disertare le urne.

Un vuoto che apre la vittoria scontata al capo del regime, anche se la maggioranza degli Stati del mondo, Usa in testa, ha già fatto sapere di non riconoscerla perché considerata poco trasparente nei risultati e ottenuta senza le dovute garanzie democratiche.

L’ex dirigente del sindacato autoferrotranvieri e indicato come suo successore dall’ispiratore della rivoluzione bolivariana e del socialismo del XXI secolo non si fa molti problemi. Ha più volte ribadito che le elezioni si sarebbero svolte in modo aperto e chiaro, ha invitato la stessa opposizione a partecipare, ha chiesto all’Onu e alle Eu di inviare osservatori a Caracas proprio per verificare sul campo la correttezza delle operazioni di voto.

Entrambe hanno declinato l’invito chiedendo invece un rinvio della data della consultazione. L’opposizione si è invece divisa al suo interno ma ha rinunciato comunque a qualsiasi presenza ribadendo la richiesta che avanza da sempre: la rinuncia di Maduro come presidente e elezioni generali per avviare un cambio del potere.

Ognuno è rimasto sulle proprie posizioni e il Venezuela, assediato dalle sanzioni varate dall’amministrazione Trump e da un isolamento sempre più fitto a livello mondiale, è sprofondato in un baratro economico. Manca di tutto: dalle medicine allo stesso cibo, al petrolio. Un paradosso per un paese sospeso sulla più grande riserva di greggio al mondo, superiore perfino a quella dell’Arabia Saudita.

Cinque milioni di persone sono fuggite e chi è rimasto deve fare i conti con la fame. Frumenti e verdure marciscono nei campi perché senza gasolio non funzionano i trattori che li raccolgono e i camion che le portano verso le città. Manca l’elettricità più volte al giorno e con questa non funzionano i frigoriferi per conservare il cibo e le autoclavi per pompare l’acqua nei piani alti dei palazzi.

Per chi è rimasto la vita è grama. Si patisce la fame ed è su questa che fa leva il regime. Con i suoi Clap, i pacchi che lo Stato dovrebbe distribuire ai meno abbienti, che in queste ore di vigilia elettorale diventano merce di scambio: un voto, un pacco. “Chi non vota, non mangia”, ha minacciato due giorni fa il numero due del regime Diosdado Cabello. C’è timore di una forte astensione: secondo gli ultimi sondaggi solo il 35 per cento si recherebbe alle urne. Perfino la base chavista sembra abbandonare il Psuv, il partito al potere.

Per dare una parvenza di legittimità a delle elezioni che almeno 60 Stati del mondo considerano una farsa, Maduro ha spinto un pugno di piccoli partiti, quasi tutti socialdemocratici, vecchi alleati del chavismo e ora in posizione critica, a partecipare. Rappresentano quella che si chiama “mesita”, versione ridotta della dissolta Mesa de Unidad Democrática, che radunava l’opposizione.

Ha fatto modificare alcune norme dell’Assemblea nazionale, aumentando il numero degli scranni e riservandone 40 al cosiddetto “voto di lista”. Dettagli importanti per assicurarsi comunque la maggioranza al Parlamento. Conquistare anche questo organismo metterebbe a posto l’ultimo tassello della sua strategia: chi domina l’Assemblea elegge anche il suo presidente. Così è stato per Juan Guaidó che a questo punto non avrebbe più la base costituzionale per essere il presidente transitorio del Venezuela.

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