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Ecco come è finito il G7 in Cornovaglia

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I sette grandi fanno fronte (scomposto) contro le “autocrazie”

CARBIS BAY – Un fronte delle democrazie in competizione planetaria con quello delle «autocrazie», Cina in testa e Russia di sfondo; ma che non vuole trasformare questa sfida in un conflitto. È l’immagine che il primo vertice G7 dell’era Biden (e del post pandemia) prova a dare di sé, concludendo una tre giorni di lavori suggellati dal sole domenicale di Carbis Bay, sullo coste pittoresche della Cornovaglia, dopo un avvio in grigio: fra risorgenti precauzioni anti Covid, sicurezza blindata e proteste sparpagliate a debita distanza dall’organizzazione della presidenza britannica nel dedalo di stradine della penisola che segna l’estremo confine sud-occidentale d’Inghilterra.

Un messaggio che il presidente degli Stati Uniti Joe Biden rivendica come frutto del nuovo clima multilaterale ispirato dalla sua amministrazione – da «un’America che è tornata», ripete a mo’ di mantra – dopo i colpi di testa della presidenza Trump. E che si accompagna – negli annunci un po’ enfatici del padrone di casa Boris Johnson sulla «fantastica armonia» d’una riunione a margine della quale è tornata in realtà a far ombra la polemica del dopo Brexit, con la cosiddetta ‘guerra delle salsicce’ fra Londra e Bruxelles e il botta e risposta velenoso con Parigi sulla difesa della sovranità britannica sull’Irlanda del Nord – a una lista d’impegni nuovi, o almeno rinnovati, su temi cruciali: dalla corsa ai vaccini (con la conferma del miliardo di dosi da offrire ai Paesi meno ricchi, in un quadro in cui Biden esalta il modello Pfizer e Boris Johnson quello “popolare” di AstraZeneca) destinata negli auspici a chiudere il capitolo coronavirus entro fine 2022; alla prospettiva di una ricostruzione economica «in meglio» dalle macerie dello tsunami pandemico improntata a maggiore equità (fino al sostegno alla minimum tax globale del 15% sui mega-profitti delle multinazionali); e soprattutto alla battaglia contro i cambiamenti climatici e verso «una rivoluzione industriale green», vitale per le sorti del globo.

Ma un messaggio che non sembra impressionare troppo Pechino, la cui reazione ha accenti sarcastici. «I giorni nei quali le decisioni globali erano dettate da un piccolo gruppo di potenze sono finiti da un pezzo», taglia corto un portavoce dell’ambasciata cinese a Londra. «Noi crediamo che i Paesi, grandi o piccoli, forti o deboli, poveri o ricchi, siano tutti uguali».

Se l’attesa del summit di Carbis Bay era quella di una linea dura senza sfumature nei confronti del Dragone, come Washington pareva sollecitare, la realtà delle dichiarazioni finali appare ben più articolata. Biden può dirsi legittimamente «soddisfatto» della fermezza messa nero su bianco sui diritti umani: dalla denuncia della reclusione di tanti uiguri musulmani dello Xinjiang nei campi di lavoro forzato a quella della compressione delle libertà a Hong Kong o dell’impegno a coordinarsi contro la competizione economica sleale del Dragone d’oriente; nonché del via libera incassato dai partner a un piano d’investimenti internazionale alternativo alla Via della Seta cinese denominato “Build Back Better World” (o B3W) e sbandierato dall’ex vice di Barack Obama come «più equo» rispetto alla strategia d’espansione di Pechino nei Paesi in via di sviluppo.

Nel contempo, tuttavia, è lui stesso a premurarsi di precisare di non volere alcuna guerra con il colosso asiatico. E di mirare a ricostruire se possibile il dialogo su «aree di interesse comune» pure con la Russia, in vista dello spinoso faccia a faccia con il presidente russo Vladimir Putin in calendario a Ginevra mercoledì, dopo i vertici di Bruxelles con Nato e Ue.

Mentre gli alleati non mancano di sottolineare il contributo dato per attenuare le iniziali posizioni americane. Nel quadro di un testo di compromesso che recepisce senz’altro, notano fonti Ue, il concetto – rivendicato in particolare sia dal premier italiano Mario Draghi sia da Angela Merkel, al suo summit d’addio nei panni di cancelliera tedesca – di una Cina «rivale» sui valori e i diritti umani, concorrente su alcuni dossier commerciali, ma partner essenziale su una vasta gamma di progetti di cooperazione o temi globali come la battaglia sul clima.

Il G7, fa eco a ruota il presidente francese Emmanuel Macron, «non è un club ostile alla Cina». E se nella dichiarazione conclusiva non manca la richiesta di un’indagine internazionale “tempestiva e trasparente” sulle origini del Covid, arriva poi il premier britannico Johnson a puntualizzare che «al momento l’indicazione» degli esperti è che il virus «non sembra» essere sfuggito da un laboratorio come quello cinese di Wuhan.

Il vertice non ha imboccato «una strada particolarmente dura» verso Pechino, sintetizza realisticamente Draghi, nella consapevolezza che «dobbiamo cooperare in vista del G20, della lotta ai cambiamenti climatici, della ricostruzione del mondo dopo la pandemia. Ma lo faremo in maniera franca, dicendo qual è la nostra visione del mondo» e quando «non siamo d’accordo». Se non altro perché, come avverte Joe Biden, in certi casi «il silenzio diventa complicità».

 

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