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È iniziato il processo per terrorismo contro l’uomo che ispirò il film “Hotel Rwanda”

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Mercoledì è iniziato in Ruanda il processo per terrorismo contro Paul Rusesabagina, l’uomo che salvò più di un migliaio di persone durante il genocidio dei tutsi nel 1994, nascondendole nell’hotel di cui era direttore a Kigali, la capitale ruandese. La sua storia divenne molto conosciuta quando fu raccontata nel film Hotel Rwanda, del 2004. Il processo è stato commentato anche dal Parlamento Europeo e da parte del Congresso degli Stati Uniti, che lo hanno definito illegale e hanno chiesto il rilascio immediato di Rusesabagina.

La legalità del processo contro Rusesabagina è stata messa in discussione per diverse ragioni, legate sia alla modalità del suo arresto che alla natura autoritaria del regime ruandese.

Rusesabagina, cittadino belga, era stato arrestato ad agosto del 2020 con l’accusa di terrorismo. Nei suoi confronti era stato emesso un mandato d’arresto internazionale da parte del Ruanda, ma le autorità belghe avevano negato di aver mai dato il consenso alla sua estradizione e avevano fatto sapere che Rusesabagina non era stato arrestato in Belgio: ancora oggi non è chiaro dove si trovasse prima di essere portato in carcere in Ruanda. Secondo molti, Rusesabagina era stato arrestato per le numerose critiche che rivolgeva da tempo contro il regime autoritario del presidente Paul Kagame, che aveva accusato di essere responsabile di un altro genocidio nel paese, questa volta contro l’etnia hutu (il regime aveva già tentato in precedenza di riportarlo in patria ed arrestarlo).

– Leggi anche: Cosa si dice di Paul Kagame

Nel genocidio del 1994 in Ruanda si stima che morirono tra 800mila e un milione di persone, prevalentemente di etnia tutsi, una minoranza che all’epoca corrispondeva circa al 15 per cento della popolazione. Col passare del tempo le violenze coinvolsero anche la maggioranza di etnia hutu.

1.268 persone, tutsi e hutu, si salvarono grazie a Paul Rusesabagina, un uomo di etnia hutu sposato con una donna di etnia tutsi che all’epoca aveva 40 anni e dirigeva un lussuoso hotel a 5 stelle a Kigali, in cui offrì riparo dal massacro a chi chiedeva aiuto. Dopo la fine del genocidio, la situazione in Ruanda rimase a lungo instabile: erano frequenti vendette legate al periodo precedente e molte persone decisero di andare via e trasferirsi nei paesi vicini. Anche Rusesabagina decise di andarsene, prima in Uganda e poi in Belgio, dove chiese asilo politico e cominciò a fare il tassista.

Uno scrittore americano raccontò la sua storia alla fine degli anni Novanta, ma Rusesabagina divenne famoso in tutto il mondo dal 2004, dopo Hotel Rwanda, e due anni dopo scrisse lui stesso un’autobiografia dal titolo An ordinary man (un uomo qualunque). Negli anni ricevette diversi premi umanitari e per i diritti civili, tra cui la medaglia presidenziale della Libertà, una delle più alte onorificenze civili degli Stati Uniti, che gli conferì l’allora presidente George W. Bush nel 2005. Poi lasciò il lavoro di tassista e cominciò a girare il mondo raccontando il genocidio in Ruanda e la sua esperienza.

Bush mette al collo di Rusesabagina la medaglia presidenziale della Libertà, il 9 novembre del 2005 (AP Photo/Lawrence Jackson, File, LaPresse)

Sfruttando la sua visibilità, Rusesabagina cominciò a criticare il governo di Kagame: già nella sua autobiografia erano presenti critiche alla situazione politica del Ruanda, definito un paese governato da un’élite di tutsi e per il loro beneficio. Fu anche a capo di una coalizione di gruppi di opposizione esiliati (come lui del resto, che abitava ancora in Belgio) che comprendeva anche un braccio armato.

Presto venne accusato dal governo ruandese di essere un sostenitore della lotta armata e gli venne attribuita la fama di eroe creato ad arte dall’Occidente, anche attraverso articoli sulla stampa filogovernativa. Da qui si spiegano le attuali accuse per terrorismo, omicidio e incendio doloso. Da parte sua, Rusesabagina ha sempre negato che l’organizzazione di cui era a capo fosse terroristica, spiegando che aveva solo un ruolo di rappresentanza per i ruandesi in esilio.

Dopo alcune irruzioni nella sua casa in Belgio, in cui gli vennero sottratti dei documenti, decise di trasferirsi con la famiglia negli Stati Uniti a San Antonio, in Texas.

Il 31 agosto dell’anno scorso si seppe all’improvviso che era in Ruanda e l’ufficio investigativo del paese comunicò che era stato arrestato «grazie alla cooperazione internazionale»; Kagame parlò di «operazione impeccabile». L’arresto fu notificato al Belgio solo in un secondo momento. La famiglia di Rusesabagina disse che era stato rapito e alle accuse si unirono anche alcune organizzazioni internazionali per i diritti umani. Non era chiaro infatti come un cittadino belga residente negli Stati Uniti potesse essere stato attirato in Ruanda, dove sapeva di essere mal visto dal governo.

Da allora si trova in carcere a Kigali, in isolamento, dove secondo i suoi avvocati ha accesso all’elettricità per poche ore al giorno, può uscire dalla cella un’ora al giorno e una volta alla settimana può chiamare la sua famiglia per 5 minuti. Rusesabagina soffre di pressione alta e la famiglia ha cercato senza successo di fargli avere delle medicine tramite l’ambasciata belga. Più volte gli sono stati confiscati documenti confidenziali che i suoi avvocati gli avevano dato per prepararsi al processo, e gli stessi avvocati denunciano continue violazioni dei diritti umani nei suoi confronti.

Il processo contro Rusesabagina sembra essere quindi l’ultimo di una serie di eventi che mostrano come il Ruanda si sia progressivamente spostato su posizioni autoritarie. Per diversi anni, infatti, Kagame era stato elogiato anche dall’Occidente, considerato un modello per i progressi ottenuti dal paese in ambito economico, politico e sociale. Da tempo, però, viene accusato sempre più di autoritarismo e violazione dei diritti umani: nonostante i suoi buoni rapporti con i paesi occidentali, è stato infatti spesso accusato per i suoi metodi repressivi nei confronti dei rivali politici e per le sue responsabilità – da lui sempre smentite – nei massacri sugli hutu in Repubblica Democratica del Congo, avvenuti negli anni successivi al genocidio ruandese del 1994.

Il 10 febbraio scorso il Parlamento Europeo ha approvato una risoluzione in cui chiedeva che a Rusesabagina venissero garantiti i diritti di un cittadino europeo e in cui criticava la sua sparizione e consegna illegale al Ruanda. Il governo ruandese ha risposto con una sua risoluzione in cui condanna l’Unione Europea per l’influenza impropria in un processo in corso. Da poco anche 37 membri del Congresso statunitense hanno pubblicato una lettera che avevano mandato a dicembre al governo ruandese per chiedere la liberazione di Rusesabagina.

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