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Domenica 31 ottobre a Glasgow (Scozia) è iniziata la COP26, la conferenza sul clima organizzata dalle Nazioni Unite cui partecipano quasi 200 paesi del mondo, con l’obiettivo di impegnarsi in iniziative condivise per contrastare il riscaldamento globale. L’incontro è stato avviato con una serie di dichiarazioni ufficiali da parte degli organizzatori e del governo del Regno Unito, che ha il compito di ospitare e coordinare le attività delle delegazioni. È stato un inizio formale, in attesa dell’arrivo di tutti i capi di stato e leader di governo, ma ha già consentito di farsi un’idea sulle sfide e i negoziati dei prossimi giorni.

L’incontro è stato definito cruciale per avere nuovi impegni dai più grandi paesi inquinanti, come Stati Uniti, Cina, India, Unione Europea e Russia, sulla riduzione delle emissioni di anidride carbonica (CO2), il principale gas serra. Insieme ad altri gas, la CO2 impedisce alla Terra di disperdere il proprio calore accumulato dai raggi solari, comportando un aumento della temperatura globale che causa il cambiamento climatico (scioglimento fuori controllo dei ghiacci, innalzamento del livello dei mari, eventi atmosferici sempre più estremi e molto altro). L’immissione di CO2 nell’atmosfera è aumentata enormemente nell’ultimo secolo a causa delle attività umane, il cui ruolo nel riscaldamento globale è ormai scientificamente dimostrato.

Patricia Espinosa, responsabile della Convenzione quadro dell’ONU sui cambiamenti climatici, ha detto che i governi alla COP26 hanno davanti due scelte: impegnarsi a ridurre drasticamente le emissioni di gas serra oppure rassegnarsi all’idea che «l’umanità abbia di fronte un futuro desolante su questo pianeta. […] Ed è per questi motivi e per altri ancora che dobbiamo fare qualche progresso qui a Glasgow: dobbiamo renderlo un successo».

– Leggi anche: Cosa c’è in ballo alla COP26

Nonostante le esortazioni di Espinosa e di altri membri dell’ONU, le premesse non sono molto incoraggianti. La riunione del G20 con i 20 paesi più industrializzati (e tra i più inquinanti al mondo) terminata nel fine settimana a Roma non ha portato a chiari e netti impegni sul fronte del clima.

Nel documento finale dell’incontro è stato inserito un riferimento a evitare un aumento oltre 1,5 °C della temperatura media globale entro il 2030, per il quale sarebbe necessario ridurre le emissioni del 45 per cento. Gli impegni sono stati valutati poco concreti e si confida che ce ne possano essere di più chiari alla COP26.

Alcuni leader del G20 alla fontana di Trevi, Roma (AP Photo/Gregorio Borgia)

Il G20 è stato segnato dalla mancanza in presenza dei presidenti di Cina e Russia, due paesi responsabili di una porzione consistente delle emissioni globali. Il presidente statunitense Joe Biden ha definito la loro assenza «deludente», ricordando che gli Stati Uniti vogliono ridurre le proprie emissioni del 50-52 per cento rispetto ai livelli del 2005, entro il 2030. L’Unione Europea ha invece approvato di recente una legge per ridurre entro il 2030 le proprie emissioni del 55 per cento rispetto ai livelli del 1990.

Al G20 diversi paesi avevano spinto per approvare un documento sull’azzeramento delle emissioni nette entro il 2050, ma la data è stata mantenuta più vaga con un riferimento alla metà del secolo. Sembra che la formulazione finale sia derivata dall’opposizione della Cina, che ha da tempo annunciato di volere azzerare le emissioni entro il 2060; la Russia mantiene un obiettivo simile.

Xi Jinping, il presidente cinese, non parteciperà direttamente alla COP26, ma dovrebbe inviare un proprio intervento scritto, e sarà comunque presente una delegazione cinese. Anche il presidente russo Vladimir Putin non sarà a Glasgow, ma dovrebbero esserci alcuni delegati della Russia.

Commentando l’avvio della COP26, il primo ministro britannico Boris Johnson ha detto che: «Se Glasgow fallisce, fallisce l’intero progetto». Ha aggiunto che i leader mondiali devono passare dall’esprimere «le loro aspirazioni all’azione», perché l’obiettivo di limitare l’aumento della temperatura media globale a 1,5 °C contenuto nell’Accordo di Parigi del 2015, il più importante degli ultimi tempi sul clima, rischia di non essere raggiunto.

Secondo numerose ricerche scientifiche e modelli matematici, è sempre più improbabile che si possano mantenere gli obiettivi di Parigi agli attuali ritmi di produzione di CO2. La temperatura media globale è già aumentata di 1,1 °C e con i tagli previsti alle emissioni nel prossimo decennio si potrebbe arrivare a un aumento di 2,7 °C entro la fine del secolo. Se così fosse le conseguenze sarebbero catastrofiche, con lo scioglimento di buona parte dei ghiacci in tutto il pianeta, un aumento del livello dei mari ed eventi atmosferici sempre più intensi e violenti.

In un recente rapporto, l’Organizzazione meteorologica mondiale dell’ONU ha segnalato che gli ultimi sette anni sono stati i più caldi mai registrati, mentre l’accelerazione nell’aumento del livello dei mari ha raggiunto nuovi record nell’anno in corso. Ha inoltre segnalato come gli eventi atmosferici siano già diventati più estremi, con ondate di calore in regioni del pianeta solitamente molto fredde, uragani e tempeste di maggiore portata e prolungati periodi di pioggia o siccità.

– Leggi anche: Cosa si fa esattamente alle conferenze sul clima

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