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«Da Lattanzi ipotesi equilibrata sulle priorità per i pm nell’azione penale»

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Con la consegna alla ministra della Giustizia, Marta Cartabia, della relazione finale redatta dalla Commissione di studi sul processo penale e sulla prescrizione del reato si è aperto il dibattito tra i giuristi e tra i parlamentari su quella che potrebbe essere la giustizia penale. Sarà adesso la Guardasigilli a valutare le conclusioni alle quali sono giunti Giorgio Lattanzi, presidente della Commissione tecnica e presidente emerito della Corte costituzionale, con gli altri esperti nominati lo scorso 16 marzo. Gli spunti di riflessione sono innumerevoli. La relazione di 76 pagine porterà alla presentazione da parte della ministra Cartabia degli emendamenti governativi al disegno di legge che mira a rendere più efficiente il processo penale e a definire più velocemente i procedimenti giudiziari prendenti davanti alle Corti di appello.

L’articolo 3 della relazione finale, in materia di indagini preliminari e udienza preliminare, attribuisce al Parlamento un ruolo rilevante. Avrà, infatti, il compito di determinare periodicamente, anche sulla base di una relazione presentata dal Consiglio superiore della magistratura, i criteri generali necessari a garantire efficacia e uniformità nell’esercizio dell’azione penale e nella trattazione dei processi. È previsto, inoltre, che, nell’ambito dei criteri generali adottati dal Parlamento, gli uffici giudiziari, previa interlocuzione tra uffici requirenti e giudicanti, «predispongano i criteri di priorità nell’esercizio dell’azione penale e nella trattazione dei processi». Tutto ciò tenuto conto della specifica realtà criminale e territoriale, nonché del numero degli affari e delle risorse disponibili. Dunque, le singole realtà giudiziarie – e le condizioni in cui versano – verranno direttamente connesse alle Camere.

Abbiamo interpellato il costituzionalista Stefano Ceccanti, che è anche deputato del Pd, per conoscere il suo punto di vista rispetto a quanto appena partorito dalla commissione Lattanzi. «Ragionando da costituzionalista – dice al Dubbio Ceccanti – e non tanto da tecnico della materia, la proposta sull’azione penale mi sembra ragionevole in termini di modello. Sono largamente in sintonia con il commento di Vladimiro Zagrebelsky. È una soluzione a doppia chiave, per così dire. Una spetta al Parlamento in dialogo col Csm, perché in effetti alcuni profili richiamano una responsabilità politica, però esso non può esser l’unico attore, altrimenti tutto ricadrebbe, comunque, anche senza dare prerogative esplicite al Governo su una maggioranza politica pro tempore. La seconda spetta agli uffici giudiziari, che però agiscono dentro un quadro, non sono sovrani. Si tratta quindi di una logica di opportuna corresponsabilità». Le conclusioni alle quali è giunta la Commissione istituita dalla ministra Cartabia convincono Ceccanti per il modus operandi dal quale sono scaturite proposte dettate da equilibrio. «Una soluzione tutta spostata sulla politica – prosegue – andrebbe in tensione con gli articoli 101 e 104 della Costituzione, ossia con la soggezione del giudice solo alla legge e con l’autonomia della magistratura, mentre una tutta spostata sul giudiziario finirebbe per ratificare non un’autonomia, ma una discrezionalità sovrana che scardinerebbe la logica dell’equilibrio dei poteri».

Il modello proposto dalla commissione Lattanzi è perfettibile, per questo saranno preziose le valutazioni finali che verranno formulate dalla Guardasigilli. A tal riguardo l’onorevole Ceccanti si pone pure degli interrogativi. «Ovviamente – evidenzia -, una volta vista la positività del modello ci possono essere problemi nel modello per garantire anche al suo interno, nelle conseguenze pratiche, l’equilibrio promesso. Il primo è che partecipano alla decisione gli uffici requirenti e quelli giudicanti. Possono essere considerati un unico potere, anche a questo fine? Il secondo, più importante, è sui meccanismi di responsabilizzazione. Al momento non mi è chiaro cosa succede se le procure non dovessero attuare gli indirizzi. Cosa succederà? Può essere considerata sufficiente la responsabilità disciplinare da parte del Csm?».

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