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Così la giustizia da remoto mette a rischio la libertà

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Il caso di Catania, ordine di carcerazione partito nonostante il rinvio dell’udienza: «A rischio i diritti»

Il caso è esemplare. Dimostra le storture di una giustizia gestita da remoto e di come la collaborazione delle parti abbia portato ad una soluzione. Ma se ipotizzassimo che uno dei protagonisti di questa vicenda – il giudice, ad esempio – non avesse voluto collaborare, l’esito sarebbe stato molto diverso.

La vicenda che vi raccontiamo è avvenuta a Catania, nel cui tribunale, qualche settimana fa, è stata fissata un’udienza a fronte di una richiesta di revoca di sospensione condizionale della pena per un reato ostativo. «Prima dell’udienza – racconta al Dubbio l’avvocato Pierpaolo Montalto – mi arriva un provvedimento di rinvio con la data della prossima udienza. Ma il giorno successivo a quello in cui era prevista la prima udienza, la collega di studio, leggendo la pec, mi comunica la revoca della sospensione per il cliente da parte del giudice. Decisione già trasmessa alla Procura per l’esecuzione».

Le conseguenze avrebbero potuto essere drammatiche: Montalto, infatti, aveva comunicato al cliente il rinvio, ma data la decisione lo stesso avrebbe potuto veder arrivare i Carabinieri a casa per essere condotto in carcere. «Si trattava di un mero errore – spiega Montalto – che si è risolto solo grazie all’intervento del giudice, che ha revocato il provvedimento in autotutela, dimostrando un’onestà intellettuale e un senso della responsabilità enorme, così come la cancelleria». Ma la vicenda, secondo l’avvocato, serve a far riflettere. «Questo caso può far comprendere come alcune dinamiche del processo penale non possano essere affidate a relazioni da remoto – sottolinea -, perché la garanzia di difesa è qualcosa di imprescindibile, irrinunciabile e non può essere affidata alla ricezione di una pec o alla casualità che spesso è connessa agli strumenti tecnologici».

Per Montalto è chiaro: alcuni adempimenti diventano automatici dopo anni di lavoro, ma la pandemia ha costretto tutti gli operatori del diritto, soprattutto gli avvocati, ad affrontare un carico di lavoro abnorme, ingiustificato, «perché potevano essere benissimo rinviati tutti i procedimenti non urgenti che non riguardavano detenuti». Mentre allo stato attuale, molti procedimenti sono trattati «in assenza di un’indicazione». E ciò, per le esigenze di tutela di salute legate al coronavirus, «ha trasformato il nostro lavoro in un incubo». Il giudizio di Montalto è netto: «Sulla giustizia si stanno giocando equilibri politici inaccettabili, data l’importanza del settore. Questo momento – conclude – ci sta dimostrando quanto è importante il mondo della giustizia».

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