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La posizione dell’amministrazione Biden è coerente con quella di Trump riguardo la Corte Penale Internazionale su Israele e i Territori palestinesi. L’intervento di Giuseppe Gagliano

Partiamo dai fatti. Kamala Harris ha sottolineato l’opposizione degli Stati Uniti ad un’indagine della Corte Penale Internazionale sui crimini commessi nei Territori palestinesi.

Dichiarazione questa che rafforza ulteriormente quanto sostenuto il 3 febbraio dal segretario di Stato americano Anthony Blinken che ha affermato come Washington si opponga fermamente a questi indagini e come sia profondamente delusa dalla decisione della Corte Penale Internazionale.

Inoltre — e questa è una dichiarazione ancora più rilevante dal punto di vista della politica estera — il segretario di Stato ha precisato che Israele non fa parte della Corte e che di conseguenza gli Stati Uniti nutrono serie preoccupazioni per i tentativi della Corte di esercitare giurisdizione sul personale israeliano nonostante il fatto che Israele non faccia parte della Corte.

Quanto al presente, Netanyauhu ha non solo ribadito con fermezza la validità della posizione americana ma ha accusato la Corte di farsi portavoce dell’antisemitismo.

Nel 2019, quando l’indagine era stata avviata, lo stesso Premier israeliano aveva sostenuto che si trattava di “un giorno nero per la verità e la giustizia, una decisione senza basi e oltraggiosa, una mossa che ignora la storia e la verità quando sostiene che l’atto stesso che gli ebrei vivano nella loro patria ancestrale, la terra della Bibbia, sia un crimine di guerra”.

Naturalmente un punto di vista diametralmente opposto era stato espresso da Saeb Erekat, che aveva dichiarato che la decisione della Cpi aveva lo scopo di mettere fine all’impunità per gli autori di crimini. Ancora più esplicito il ministero degli Esteri palestinese, che aveva espresso l’auspicio di “azioni congrue con l’urgenza e la gravità della situazione in Palestina. L’ufficio del Procuratore ha giurisdizione sui Territori, visto che la Palestina è uno stato membro dello Statuto di Roma e che ha dato al Procuratore la giurisdizione per indagare sui crimini commessi nel suo territorio”.

Ma in cosa consiste in breve l’oggetto dell’acceso dibattito?

A febbraio, la Corte aveva sostenuto che i Territori Palestinesi ricadono sotto la sua giurisdizione. Proprio per questo aveva aperto un’indagine sui crimini contro l’umanità commessi nei territori palestinesi. Nello specifico il procuratore capo Fatou Bensouda ha tenuto a precisare che tale indagine sarebbe stata condotta in modo indipendente, imparziale e oggettivo evitando qualsiasi tipo di favoritismo di natura politica. Entrando nel dettaglio, il procuratore capo aveva fatto riferimento ai crimini commessi dall’esercito israeliano e dai gruppi armati palestinesi, come per esempio Hamas.

Come ampiamente noto i territori palestinesi comprendono la Cisgiordania, la Striscia di Gaza e Gerusalemme Est.

Per quanto riguarda la Striscia di Gaza, questa dal 2007 è oggetto di un embargo che ha condotto due terzi della popolazione a vivere grazie agli aiuti che riescono a penetrare nell’aria. L’Onu più volte in numerose dichiarazioni pubbliche ha sottolineato che il blocco israeliano ha posto in essere una situazione umanitaria catastrofica ampiamente documentata dai media e dalla stampa internazionale. Nella Striscia di Gaza — che comprende un’area di 365 km — vivono circa due milioni di persone. Inoltre il 90% degli abitanti di Gaza sopravvive con acqua non potabile e con 12 ore di elettricità al giorno.

La reazione della attuale amministrazione — definita liberal e di sinistra dalla stampa italiana — è perfettamente coerente con quella di Trump che aveva adottato l’Executive Order on Blocking Property of Certain Persons Associated with the International Criminal Court.

Peccato che qualche quotatissimo periodico nazionale abbia definito Kamala Harris la guerriera che parla ai liberal e agli afroamericani (ma di certo non con la Cpi) o ne abbia tessuto gli elogi addirittura prima ancora della conclusione del suo mandato.

Ritornando al nostro tema, non va dimenticato che la corte dell’Aja era stata definita dal segretario di Stato Mike Pompeo come una “kangaroo Court”. Nell’aprile del 2019 infatti, Trump aveva revocato il visto nei confronti della procuratrice della Corte, Fatou Bensouda.

L’insieme di questi fatti deve indurre a formulare alcune considerazioni anche di natura storica.

Da un lato non si deve dimenticare come furono proprio gli Stati Uniti a volere in modo imperioso l’istituzione del Tribunale di Norimberga contro i crimini contro l’umanità; dall’altro lato sono propri gli stessi Usa a non volersi sottoporre alle norme del diritto penale internazionale che viene al contrario invocato per denunciare la Cina e la Russia.

Se da un punto di vista morale e giuridico una tale posizione per i giuristi come Sabino Cassese risulta inammissibile ed insieme irricevibile dall’altro lato sotto il profilo storico e della concreta prassi del potere ispirata alla realpolitik non può destare alcuna sorpresa: gli stati moderni che nel corso della storia hanno esercitato una egemonia globale si sono sempre fatti beffe delle norme del diritto internazionale o se ne sono serviti strumentalmente per legittimare la loro proiezione di potenza. Come d’altronde fecero gli Stati europei dal ‘400 all’800 che, pur abbracciando i valori della religione cattolica e protestante, posero in essere una logica di proiezione di potenza che si concretizzò nel colonialismo.

Nel mondo della realtà storica il peso esercitato dalla potenza economica e militare di uno Stato svolge un ruolo infinitamente più rilevante di qualsiasi norma giuridica come dimostra la prassi posta in essere dai servizi di sicurezza.

Piaccia o meno la logica della Guerra attuata dagli Stati democratici e non — come quella in Afghanistan o come quella che prosegue tra israeliani e i palestinesi — non è compatibile né con la morale né con il diritto internazionale.

La guerra infatti ha una sua logica ed una sua prassi.

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