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Intervista al professore Massimo Ciccozzi, responsabile dell’Unità di statistica medica ed epidemiologia molecolare dell’Università Campus BioMedico

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«Non dobbiamo assolutamente temere la cosiddetta variante inglese del Covid 19»: è rassicurante il tono del professore Massimo Ciccozzi, responsabile dell’Unità di statistica medica ed epidemiologia molecolare dell’Università Campus BioMedico che al Dubbio aggiunge: «Dobbiamo avere piani pandemici aggiornati perché una pandemia è sempre dietro l’angolo». Professore Ciccozzi dobbiamo aver paura della “variante inglese” del virus?

No, assolutamente non dobbiamo averne paura. Sappiamo che la variante potrebbe essere più contagiosa ma sappiamo anche che non è cambiata la letalità. Ne sapremo di più quando verrà effettuata la fase sperimentale su cellule in laboratorio.

In futuro ci potrebbero essere nuove mutazioni?

Certo, è normale: il virus, essendo un parassita, cambia per adattarsi meglio all’ospite.

I vaccini in produzione saranno efficaci anche per questa mutazione?

I nuovi vaccini si basano sulla proteina spike – che è molto conservata – e quindi per ora è improbabile che le mutazioni possano inficiare l’efficacia dei vaccini.

Lei in una intervista a Dire ha detto: “il vaccino agirà sui sintomi della malattia ma non sulla infettività”. Può spiegare meglio cosa significa?

Se ci vaccineremo, sicuramente non moriremo di Covid. È un po’ come il virus influenzale: possiamo anche prendere l’influenza se siamo vaccinati ma in maniera lieve. La stessa cosa vale per il vaccino contro il Covid 19: non sappiamo ancora se il vaccino è totalmente sterilizzante ma sicuramente toglie o allieva i sintomi della malattia.

Bisognerà comunque indossare ancora le mascherine?

Direi di sì perché il nostro obiettivo è quello di evitare la circolazione del virus. Quindi dobbiamo arrivare ad ottenere un R0 (ovvero il “numero di riproduzione di base” che rappresenta il numero medio di infezioni secondarie prodotte da ciascun individuo infetto in una popolazione, ndr) il più basso possibile. In questo modo potremmo raggiungere una immunità di gregge, vaccinando tra il 60-70% della popolazione.

In passato contro l’influenza si vaccinava circa il 17% della popolazione. Secondo lei, questo nuovo scenario pandemico ha mutato la sensibilità dei cittadini nei confronti dei vaccini?

Credo, spero di sì. Stiamo combattendo una battaglia ben più difficile di una influenza. Dobbiamo assolutamente tutti quanti collaborare per far sparire il virus, quindi vaccinarci.

Professor Ciccozzi, una persona in salute sui quarant’anni quando potrebbe ricevere la prima dose di vaccino?

Difficile a dirsi. Dobbiamo ancora conoscere il piano vaccinale che il governo intende mettere in atto.

Dal punto di vista epidemiologico cosa abbiamo imparato di questo virus?

Abbiamo capito come curarlo, come ci si infetta, e a non temerlo più di tanto perché sappiamo come affrontarlo.

Sull’andamento della curva in Italia cosa ci può dire?

Secondo un nostro recente studio, dal 31 maggio la curva del contagio è scesa; tuttavia da lì in poi avremmo dovuto rinforzare la medicina territoriale ma ciò non è stata fatto e gli ospedali sono andati in sofferenza.

Sarebbe stato utile anche per un tracciamento dei contagi, che ad un certo punto è saltato?

Sì certo. Poi è stato registrato quello che può esser definito l’ “effetto vacanze” che ha prodotto a settembre – con la ripresa della scuola, il ritorno al lavoro, l’affollamento sui mezzi di trasporto – una curva in salita ma lineare e non esponenziale. In questo periodo le persone potevano essere tracciate, ma poi si è perso il tracciamento. Purtroppo durante l’estate è mancata la responsabilità collettiva, siamo stati travolti dall’euforia delle discoteche, e da settembre sono partiti i focolai epidemici che fino a quel momento erano latenti. È chiaro che a quel punto si è perso il tracciamento.

Professor Ciccozzi le misure adottate dal governo per questo periodo natalizio sarebbero dovute essere adottate prima?

Se le avessimo adottate prime forse sarebbe stato meglio. Ma comunque ora sono necessarie.

Ci si interroga sull’alto tasso di mortalità nel nostro Paese. Lei che risposta si è dato?

L’età dei pazienti deceduti era molto avanzata ed eravamo in presenza di diverse comorbidità. Noi siamo molto bravi a livello geriatrico, a cronicizzare le malattie delle persone e quindi a farle vivere di più. Poi però quando arriva un evento di questo genere purtroppo ne paghiamo le conseguenze in termini di mortalità. Vorrei precisare una cosa però.

Prego.

Il numero dei morti che vediamo oggi è una funzione ritardata dei casi positivi. I dati di adesso ci raccontano l’intensità dei contagi delle scorse settimane. Se il valore di Rt è il primo indice a scendere, e ora vediamo una riduzione anche dei positivi e dei ricoveri, il dato dei decessi è l’ultimo a cambiare. Inoltre è vero che i nuovi positivi sono in calo, ma per riprendere seriamente il tracciamento dovremo arrivare a circa 5.000-10.000 nuovi casi al giorno.

Per quanto concerne l’origine del virus, alcuni suoi colleghi scienziati non riescono ancora a scartare l’ipotesi che sia sfuggito da un laboratorio cinese.

No, assolutamente no. Si tratta di un virus naturale che ha fatto lo spillover (salto di specie, ndr) dal pistrello all’uomo.

Alcuni recenti studi ci dicono che il virus era presente in Italia già da novembre. Lei che cosa pensa?

Noi abbiamo datato lo spillover intorno a metà novembre ma l’intervallo di confidenza (intervallo di valori all’interno del quali si stima che accada il fenomeno, ndr) va da fine settembre a dicembre. Quindi è possibile che il virus circolasse già a novembre. Si tratta di una probabilità, ipotizzando che il salto di specie possa essere avvenuto prima.

Qual è il suo parere sulla comunicazione portata avanti dagli scienziati in questo periodo di pandemia?

Non c’è stata una vera e propria comunicazione scientifica. Il dissenso tra i ricercatori ha disorientato la popolazione.

Per il futuro che consigli può dare?

Alla popolazione quello di continuare a rispettare le regole del distanziamento, del lavaggio delle mani e dell’utilizzo della mascherina. Poi occorre potenziare la ricerca di base con più fondi e la medicina territoriale con maggiori risorse umane: dovrebbe essere un programma strutturale per affrontare la prossima pandemia o epidemia.

Secondo lei dovremmo pertanto aspettarci un altro fenomeno pandemico?

Certo, noi abbiamo già conosciuto la Sars nel 2002-2003, poi abbiamo avuto l’aviaria, poi la suina. Insomma, ogni tanto una pandemia arriva perché si tratta di malattie dell’animale che passano all’uomo. Dobbiamo essere sempre più preparati e sempre aggiornati.

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