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Chiesto il rinvio a giudizio per la morte di Roberto Jerinò, detenuto a Reggio Calabria

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La procura di Reggio Calabria ha chiesto il rinvio a giudizio e il Gup ha fissato per il 25 maggio l’udienza preliminare nei confronti di un medico e del direttore facente funzione dell’Unità operativa di Neuroradiologia. Riguarda la morte di Roberto Jerinò, detenuto al carcere calabrese di Arghillà e morto a dicembre del 2014 presso l’ospedale di Reggio Calabria. L’iter giudiziario è stato tortuoso. Tra richieste di archiviazioni, opposizioni presentate dagli avvocati dei famigliari di Jerinò e il gip che dispose la riapertura delle indagini, siamo arrivati alla richiesta di rinvio a giudizio per i due sanitari per il reato di omissione d’atti d’ufficio in quanto il medico in servizio presso la struttura penitenziaria di “Arghillà”, e l’ altro indagato quale direttore facente funzione dell’Unità di Neuroradiologia dell’azienda Ospedaliera B.M.M., avrebbero “omesso” «di adottare un atto dovuto» del rispettivo ufficio «che doveva essere compiuto senza ritardo non prestando la necessaria assistenza sanitaria al detenuto Roberto Domenico Jerinò».

Il medico ometteva di disporre il suo immediato ricovero

Nello specifico, il medico in servizio presso il carcere di Arghillà – si legge nella richiesta di rinvio a giudizio -, «in data 14.12.2014, dopo avere sottoposto a visita, alle ore 14:15 ed alle ore 18:00 Jerinò, che gli riferiva difficoltà deambulatorie e tremori agli arti inferiori», con successivi episodi di “nausea”: «ometteva di disporre il suo immediato e urgente ricovero in ospedale, nonostante i sintomi rappresentati, i precedenti anamnestici patologici prossimi e le importanti comorbolità del detenuto, ritardando così il tempestivo e specifico intervento sanitario sul detenuto che veniva rinvenuto il giorno dopo nel letto della propria cella privo di coscienza e trasportato all’ospedale con ambulanza del 118, ivi giungeva alle ore 13:45 del 15.12.2014 in grave stato di coma da ischemia cerebrale in imminente pericolo di vita aggravandosi, fino alla data del decesso avvenuto il 23.12.2014».

Il direttore di Neuroradiologia ometteva di dare positivo riscontro alle  richieste di tac con Mdc

Nei confronti dell’altro indagato, si legge sempre nella richiesta di rinvio a giudizio, la Procura rileva che: «Dopo aver ricevuto dal direttore sanitario della Casa Circondariale “Arghillà” la richiesta del 5.11.2014 di esecuzione con urgenza della Tac con Mdc sul detenuto Jerinò, esame peraltro prescritto dagli stessi sanitari del nosocomio in data 3.11.2014, e nonostante i successivi solleciti inoltrati dal direttore della Casa Circondariale ad effettuare urgentemente detto esame strumentale, ometteva di dare positivo riscontro alle plurime richieste di effettuazione dell’esame tac con Mdc sul detenuto, sottoponendolo all’esame tac cranico con Mcd solo in data 9.12.2014, così ritardando gli opportuni e necessari interventi sanitari di oltre un mese».Parliamo di una delle tante, troppe brutte storie, che possiamo definire di “ordinaria amministrazione”. Parliamo del diritto alla salute violato in carcere.

Jerinò ebbe un’ischemia e rigettarono la richiesta di domiciliari

L’allora sessantenne Jerinò, durante la detenzione, cadde per terra perché la sua gamba perse la memoria dei movimenti, poi il braccio e infine la bocca. Venne portato di corsa in ospedale: ischemia, fu la diagnosi, con paresi facciale degli arti. L’avvocato, come logico, chiese la concessione dei domiciliari. Rigettato. Subito riportato in carcere, nonostante la diagnosi. Secondo la testimonianza di alcuni detenuti, alle 3 di notte del 12 dicembre del 2014, Roberto sentì assottigliarsi e allargarsi una vena in testa; era un movimento continuo, lievemente doloroso. Chiamò un suo compagno di cella chiedendogli una camomilla; credeva avesse bisogno di tranquillizzarsi. Non riuscì a dormire quella notte.La mattina si segnò in elenco per l’infermeria: gli misurarono la pressione, nessuna anomalia. Fu così per l’intera giornata: un dolore costante, ritmato; la pressione era stabile. Il 13, tutto uguale: dolore e pressione, stabili. Non facevano altro che misurargli la pressione e riportarlo in cella. Stava impazzendo Jerinò, sentiva quella vena come se fosse una sanguisuga. Lamentava dolore. Dopo aver trascorso tre giorni di lamenti, e richieste di soccorso, rimase paralizzato nel letto. Lo portarono in ospedale che era già in coma. Non si risvegliò più. Morì il 23 dicembre del 2014.

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