«chiedo-giustizia-per-mio-padre,-il-primo-morto-di-covid-in-carcere»
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È stato per quindici giorni con febbre e sintomi chiari di Covid 19 con un caso già confermato all’interno del carcere di Voghera il 7 marzo del 2020. Si chiamava Antonio Ribecco ed è stato il primo detenuto morto per Covid durante la prima ondata di marzo scorso, nella quale si sarebbero sottovalutati i sintomi, non rispettato l’utilizzo dei dispositivi e come se non bastasse, quando è morto, i familiari sono venuti a saperlo per caso.

Un episodio poco chiaro, che tuttora non trova risposte. È accaduto nel carcere di Voghera e Il Dubbio diede la notizia senza però citare il nome. I famigliari seppero che si trattava del padre tramite i parenti di un altro detenuto. Non solo. Il figlio Antonio ha denunciato il fatto che non sono stati avvisati al momento del ricovero né quando è stato trasferito in terapia intensiva.

Ma c’è molto di più, tanto che il 3 giugno 2020, il deputato Roberto Giachetti di Italia Viva, su segnalazione di Rita Bernardini del Partito Radicale, ha presentato un’interrogazione parlamentare sul caso. Una interrogazione fatta all’allora ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, che è rimasta però senza risposta.

Per questo motivo, Antonio Ribecco, il figlio del primo detenuto morto per Covid, questi giorni ha inviato una lettera alla guardasigilli Marta Cartabia per avere risposte. «Le voglio raccontare che mio padre è stato abbandonato alla sua malattia e ad oggi ci troviamo totalmente sperduti di fronte a delle indagini che vanno a rilento e delle testimonianze che fanno rabbrividire», scrive Antonio alla ministra.

Racconta che molti detenuti della VII sezione del carcere di Voghera, hanno sporto volontariamente querela in quel periodo, per denunciare quanto stava accadendo nell’istituto, ovvero presunti comportamenti omissivi e negligenti nei confronti del padre. «Molti ci hanno raccontato che non è stata presa in considerazione la sua malattia – denuncia il figlio di Ribecco nella lettera – ed anche dopo proteste ed evidenti sintomi di sofferenza, mio padre non è stato visitato tempestivamente da un medico, nonostante esplicite richieste; l’agente di polizia penitenziaria che ha assistito al diniego di visita, avrebbe fatto un esposto in sezione contro la condotta del medico».

Altri detenuti hanno raccontato ai famigliari di Ribecco che non sarebbero stati forniti i dispositivi per prevenire il contagio. «E ovviamente – prosegue la lettera -, visto il sovraffollamento di oltre il 180%, non era consentita la distanza di sicurezza, dichiarando tutti che la direttrice avrebbe imposto il non uso delle mascherine per non creare allarmismo, nonostante il 07/03/2020 fosse stato ricoverato il cappellano del carcere per coronavirus».

I famigliari denunciano anche il fatto che nei confronti di suo padre, detenuto in attesa di giudizio, non fosse stata rispettata la territorialità della pena. Sono umbri. Al carcere di Spoleto e Terni c’era posto, ma l’hanno mandato a Voghera, a 500 chilometri da casa.

Da Voghera, Ribecco ha presentato ulteriore richiesta al Dap per essere trasferito più vicino alla famiglia. Ma nulla da fare. «Ora non chiedo compassione – precisa il figlio di Ribecco rivolgendosi alla ministra -, chiedo giustizia per i comportamenti disumani e degradanti che hanno portato alla morte mio padre, persona giovane ed in piena salute, sapevano che il cappellano aveva contatti con mio padre e sapevano che si poteva trattare di coronavirus perché mio padre era da 15 giorni che lamentava febbre, dolori e difficoltà a respirare. Se solo si sarebbe intervenuto tempestivamente, forse oggi sarebbe ancora con noi».

Antonio, il figlio di Ribecco, sottolinea che il referto della positività del padre è del 15 marzo 2020, e che anche qui avrebbero tardato due giorni per comunicarlo ed intervenire, «mettendo a rischio la sua vita e quella di altre tre persone che condividevano la cella con lui in nove metri quadri – prosegue sempre Antonio -, due delle quali risultate positive, oltre a tutte le persone della VII sezione che frequentavano gli stessi ambienti». La lettera conclude che non si tratta solo di detenuti e detenute, «ma anche di tutti gli agenti di polizia penitenza e di tutte le persone che convivono nell’istituto».

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