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L’articolo di Enrico Martial

Il 25 febbraio 2019, Le Figaro pubblicò un articolo sulle “disavventure finanziarie di Vincent Bolloré in Italia”, affiancando la sua figura a quella di Paul Elliot Singer, fondatore e comandante del fondo americano Elliot. I due si stavano facendo una guerra spietata sull’italiana Tim. Diceva Le Figaro che Bolloré e Springer “hanno fatto fortuna nello stesso modo: conducendo delle offensive lampo contro delle multinazionali di cui controllavano all’inizio soltanto una parte minima del capitale.”

Il tempo passa e il 23 novembre scorso il giornale economico Les Echos scrive che “appena finito di firmare la pace con il fondo di investimento Elliot, il gruppo francese [Vivendi di Bolloré] si trova davanti a un fondo americano ancora più potente, KKR, sul dossier Telecom Italia”. Anche il titolo è evocatore: “Per Vivendi, decisamente l’Italia non è un lungo fiume tranquillo”.

Non sono “i francesi”, è proprio Bolloré

Rispetto alla semplificazione italiana sui “francesi”, la stampa d’oltralpe si focalizza sul caso Vincent Bolloré. Il personaggio, ricchissimo e superattivo, per quanto annunci che il prossimo anno si metterà in pensione, riempie le cronache francesi per diversi temi, dalle acquisizioni interne dei media, alla cessione dei porti africani, al conflitto ormai evidente con il presidente Emmanuel Macron, alla televisione CNews a sostegno dell’ultradestra alle presidenziali. In Francia, ci si è focalizzati sulla dimensione personale di Bolloré anche per la battaglia su Mediaset, come nel caso de Le Monde, e come riassunto da Start.

I giornali francesi a stampa e quelli online ne mettono in evidenza la diversità disinvolta (rapace, “predatore educato” ecc.) rispetto al resto della grande impresa francese, spesso familiare come quella italiana, da Dassault, a Bouygues ad Arnault di LVHM.

La sua “scalata ostile” inizia con qualche quota, seguita da una raccolta di titoli sul mercato e poi dalla denuncia sulla cattiva gestione o sui conti con la richiesta di entrare nel CDA. Gli attaccati se lo ricordano ancora: i Bouygues per le attività nell’edilizia pagarono 300 milioni nel 1997 per recuperare quelle azioni e la tranquillità, e in analoga vicenda incapparono la casa di produzione cinematografica Pathé e l’armatore Delmas-Vieljeux. La scalata di TIM è avvenuta nello stesso modo: cedendo una società brasiliana, la Global Village Telecom, a TIM non in cambio di denaro, ma dell’8% delle quote, che Bolloré ha poi ha fatto salire fino al 24%, con sorpresa generale, come titolava il 28 luglio 2017 del Sole24ore: “Telecom Italia è francese”, mettendo il nome di Bolloré solo nel testo.

Bolloré non ama i media che non controlla

Inoltre, Vincent Bolloré sembra non avere un buon rapporto con i media francesi che non controlla. Il 24 aprile 2018, in piena battaglia con Elliot su Tim e verso la fine del governo di Matteo Renzi, Vincent Bolloré fu chiamato a Nanterre all’Ufficio centrale contro la corruzione e poi mandato a processo per questioni legate alle presidenziali in Guinea e Togo. I giornali francesi riferirono del caso nelle cronache con il corrispondente rilievo, e a lui non piacque per nulla.

Le Monde, questo 24 novembre, dando notizia che Vincent Bolloré ha fatto un’offerta persino per comprare Le Figaro della famiglia Dassault (ma anche Bernard Arnault ne ha fatta una parallela), ricordava quanto l’imprenditore se la fosse presa a male proprio per quelle cronache. Una motivazione ulteriore per le acquisizioni, oltre a quella di “costruire un gruppo media e Telecom europeo per il sud Europa”.

È una chiave più politica con cui leggere anche la scalata recente di Bolloré ai media francesi, dal gruppo Hachette al gruppo Lagardère (Le Journal du Dimanche, Paris Match, la radio Europe 1, quest’ultima con polemiche sulle sostituzioni di giornalisti), all’evoluzione a ultradestra della sua CNews, la Fox News alla francese, trampolino di lancio per il polemista Eric Zemmour alle presidenziali.

Bolloré in conflitto con Macron

Per confermare che Bolloré non è generalizzabile a “i francesi”, va annotato il divertente pezzo de Le Monde sulla frattura tra Vincent Bolloré e il presidente Emmanuel Macron: “ma insomma, basta, state comprando tutto!”. Secondo Nicolas Sarkozy, riportato da Le Monde, Emmanuel Macron avrebbe chiesto ad Angela Merkel di impedire che il gruppo tedesco Bertelsmann cedesse a Bolloré- Vivendi il gruppo televisivo M6, poi passato a Bouygues e alla prima rete TF1 nel maggio scorso, come riferito da Start.

La lettura personale vale anche per le imprevedibili vicende dell’imprenditore in Francia, o nel recente caso africano. Vincent Bolloré, che è stato alla fine rinviato a giudizio il 26 febbraio scorso per il caso Guinea e Togo, malgrado l’ammissione di colpevolezza e una proposta di pagamento di 12 milioni di euro, starebbe trattando la vendita dei porti e della logistica nell’Africa francofona, per un valore stimato di 11 miliardi di euro, e forse a dei fondi americani. Argomenti da far redigere note su note negli uffici governativi francesi, che si trovano un’altra grana di una Françafrique ceduta altrove, proprio mentre in Mali insistono per parlare russo con la forza Wagner, durante il disimpegno dell’operazione francese Barkhane che riesce a passare solo pochi comandi agli europei della Task force Takuba.

KKR è un predatore? Per la stampa francese certamente

Di KKR, come di Elliot o di altri grandi fondi si ricorda l’origine fondata sul Leveraged Buyout: acquisto a credito di gruppi più o meno da ristrutturare, vendita di loro sezioni per pagare i prestiti d’acquisto scoprendo che le parti separatamente valgono più del tutto, anche quando vengono liquidate e chiuse. Non è la stessa cosa del concetto italiano di “spezzatino” che ricorre nelle cronache di questi giorni, che più che sul processo e sui vantaggi dei fondi si concentra sul risultato per la preda e quindi sindacalmente sui posti di lavoro.

In Italia (per esempio su Repubblica) e Francia di KKR si ricorda che due dei fondatori, Henry Kravis e George Roberts, lavoravano per lo stesso capo e terzo fondatore, Jerome Kohlberg, in un ufficio di Bear Stearns, prima di mettersi in proprio nel 1976 con 120 mila dollari e salire nel 1988 a una capitalizzazione di 50 miliardi. Viene però spesso dimenticato che Jerome Kohlberg fu eliminato dalla società mentre si trovava in ospedale per delle cure, e poté soltanto conservare una delle due K dell’acronimo.

Inoltre, Les Echos mette in evidenza su TIM l’approccio d’assalto, e quindi in sé ostile del Leveraged Buyout (“Con Telecom Italia, KKR scatena uno dei più grossi LBO della storia” titola il 23 novembre).

KKR è per esempio dal 2016 nel capitale di OVH, la principale impresa del cloud francese che cresce ogni anno a due cifre, e ne sta uscendo in parte ora che entrerà in Borsa, come raccontava Les Echos del 15 ottobre scorso.

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