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Domenica in Giappone si vota per rinnovare la Camera bassa, una delle due che formano il parlamento giapponese (la Camera alta è stata eletta nel 2019 e il mandato dei parlamentari dura sei anni). Non ci si aspettano grandi sorprese dalle elezioni: è molto probabile che a vincere sarà di nuovo il Partito Liberal Democratico (Jimintō), di centrodestra, che governa il paese quasi ininterrottamente dalla Seconda guerra mondiale. C’è però una novità, che sarà interessante da valutare a elezioni concluse: per la prima volta di sempre, con l’opposizione progressista si è coalizzato il Partito Comunista, che ha una rilevanza politica molto ridotta ma una storia antichissima alle spalle, e sembra far agitare parecchio i conservatori giapponesi.

Durante la campagna elettorale, il Partito Liberal Democratico ha descritto i comunisti come una pericolosa minaccia, una forza politica radicale e lo stesso hanno fatto altre istituzioni statali. Taro Kono, importante esponente del Partito Liberal Democratico, ha per esempio detto che i comunisti vorrebbero «mettere un piede nella porta per poi spalancarla e ribaltare casa», alludendo alla possibilità che vogliano occupare posizioni di potere e realizzare piani sovversivi; e la polizia li ha inseriti in una lista che include le minacce alla sicurezza nazionale del Giappone, assieme all’ISIS e al governo nemico della Corea del Nord.

In realtà il Partito Comunista giapponese è una forza politica moderata e pacifista, assai lontana dalla descrizione che ne hanno fatto soprattutto i Liberaldemocratici: è radicale «quanto un maglioncino color crema», ha sintetizzato il New York Times.

Una lunga storia

In Giappone il socialismo cominciò a prendere piede alla fine dell’Ottocento, quando l’industrializzazione e l’urbanizzazione cambiarono profondamente il paese. Le prime organizzazioni socialiste furono soprattutto gruppi di studio di persone interessate al pensiero socialista europeo e americano, e a riforme sociali più che alla rivoluzione.

All’inizio del Novecento, il Giappone era governato da un un’oligarchia spesso repressiva e tutt’altro che democratica: il paese conobbe un breve periodo di democratizzazione negli anni Venti, che però fu ben presto sostituito da un potere nazionalistico e totalitario, che durò fino alla sconfitta nella Seconda guerra mondiale.

Negli stessi anni in Giappone nacquero i primi sindacati dei lavoratori, vietati, di fatto, da una legge del 1900 che equiparava la maggior parte delle loro attività a una minaccia all’ordine pubblico. Le proteste e gli scioperi però continuarono, e la repressione da parte del governo – unita ad eventi internazionali come, tra gli altri, la Rivoluzione russa nel 1917 – incoraggiarono la diffusione di un socialismo più radicale e organizzato.

Il Partito Comunista giapponese nacque formalmente il 15 luglio del 1922, durante un incontro segreto a casa di Takase Kiyoshi, uno dei primi membri. A fondarlo furono pochissime persone, soprattutto giornalisti e intellettuali vicini all’anarco-sindacalismo. Quasi tutti furono oggetto di indagini e furono arrestati almeno una volta.

Nei primi anni di attività, il Partito Comunista si limitò alla pubblicazione di opuscoli e giornali clandestini: i membri erano pochi, mai più di cinquanta, senza un leader considerato tale, e lavoravano segretamente, senza quindi diffondere dichiarazioni pubbliche o programmi d’azione.

Il Partito Comunista giapponese rimase illegale fino al 1945 e alla sconfitta del Giappone nella Seconda guerra mondiale.

Il primo programma formale del partito proponeva l’abolizione dell’allora impero e di tutti i suoi organi di governo, oltre che quella di tutte le forze armate (l’antimilitarismo è sempre stato uno dei suoi tratti fondamentali). Chiedeva il suffragio universale per tutte le persone con più di 18 anni (in Giappone, all’epoca, potevano votare soltanto gli uomini con un certo reddito), la libertà di formare organizzazioni politiche, la libertà di manifestare, l’assicurazione sul lavoro, la formalizzazione delle giornate lavorative da 8 ore, un minimo sindacale per i salari, le tasse per i cittadini più ricchi e, in politica estera, il non interventismo nelle guerre.

La repressione da parte del governo proseguì nei primi decenni di vita del partito: nel 1933, gli iscritti erano cresciuti a più di 400, ma una serie di azioni repressive da parte della polizia costrinse i leader comunisti all’esilio, o alla prigione. Per qualche anno il partito restò disintegrato e diviso in piccoli gruppi, spesso in conflitto tra loro.

Arrivò la Seconda guerra mondiale, cui il Partito Comunista giapponese si oppose, e fu solo dopo il 1945 che molti dei suoi membri tornarono dall’esilio. Per il Giappone la guerra fu un’enorme sconfitta, e i membri del Partito tornarono nel loro paese guadagnando credibilità, dato che fin dall’inizio si erano opposti alla partecipazione al conflitto.

Fu dopo la guerra che il Partito Comunista giapponese divenne via via più forte e organizzato, fino a raggiungere negli anni Sessanta il mezzo milione di iscritti.

Lotta tra comunismi

Una delle caratteristiche più interessanti del Partito Comunista giapponese, che è vera ancora oggi, riguardò la sua opposizione sia al comunismo russo che a quello cinese. Il comunismo giapponese era infatti molto più vicino al comunismo dell’Europa occidentale che a quello della Russia o della Cina, e dopo la Seconda guerra mondiale questa contrapposizione ha formato una parte consistente della sua ideologia.

In particolare, benché l’obiettivo formale dei comunisti giapponesi sia ancora la “rivoluzione”, il Partito praticava e pratica l’antimilitarismo, il ripudio della violenza e l’adesione ai princìpi democratici, al contrario di quanto fece il Partito Comunista sovietico fino al suo scioglimento e di quanto faccia tuttora il suo omologo cinese.

L’unico periodo in cui il ripudio della violenza non fu rispettato fu negli anni Cinquanta, quando un gruppo di militanti comunisti tentò di rovesciare il governo con la forza, seguendo l’esempio della rivoluzione maoista: le loro azioni furono rapidamente represse.

L’inimicizia tra il Partito Comunista giapponese e quello cinese, in particolare, è nota e radicata: il Partito Comunista giapponese è uno dei critici più severi della Cina, che in più occasioni ha accusato di violazioni dei diritti umani. Quest’anno, quando il Partito Comunista cinese ha festeggiato il suo centenario, quello giapponese è stato l’unico grosso partito giapponese a non congratularsi.

Un’altra richiesta storica del Partito Comunista giapponese dalla Seconda guerra mondiale in poi è «il recupero completo della sovranità nazionale»: negli ultimi decenni, i comunisti giapponesi si sono resi protagonisti di grandi manifestazioni in particolare contro la permanenza nel paese delle basi militari degli Stati Uniti, che tuttora hanno in Giappone circa 50 mila soldati.

Le elezioni

Da quando il Giappone è una democrazia, i risultati elettorali del Partito Comunista sono piuttosto limitati: i comunisti non sono mai andati nemmeno vicini a conquistare il governo.

Il Partito sfiorò il 15 per cento alla fine degli anni Novanta, ma oggi i sondaggi citati dal New York Times lo danno a circa il 3 per cento. Nonostante questo, il Partito conta circa 270mila iscritti ed è uno dei partiti comunisti non al governo più grandi del mondo, con una base molto attiva. In Giappone la partecipazione politica è comunque piuttosto ampia: il Partito Liberal Democratico, che è il più grande del paese, ha circa un milione di iscritti.

Negli ultimi anni il Partito ha anche cercato di darsi un’immagine più giovane, fatta di emoticon e video di animazione, con risultati alterni. È anche uno dei partiti giapponesi con più donne al suo interno.

Alle elezioni di domenica, per la prima volta si è alleato con una forza di opposizione. Secondo Tomoaki Iwai, politologo alla Nihon University, a Tokyo, la minaccia che il Partito Comunista pone al Partito Liberal Democratico non riguarda tanto la sua estensione, quanto il fatto che contribuisce ad allargare una già esistente e credibile base di opposizione.

Anche se il Partito Liberal Democratico vincerà quasi sicuramente le elezioni, è da tempo in difficoltà e ha registrato un significativo calo dei consensi per diversi motivi, legati soprattutto alla gestione della pandemia da coronavirus. Come ha scritto di recente il New York Times, per i conservatori raccontare le elezioni come una scelta cruciale tra la democrazia e l’infiltrazione comunista è anche un modo per sviare l’attenzione da questi problemi.

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