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Per il professore di Diritto pubblico comparato, i fatti di Capitol Hill non sono sintetizzabili come «una minaccia alla democrazia americana»

Secondo, Andrea Buratti, professore di Diritto pubblico comparato all’università di Roma- Tor Vergata, i fatti di Capitol Hill non sono sintetizzabili come «una minaccia alla democrazia americana» e più che richiamare il 25° emendamento «si dovrebbe persuadere il presidente Trump a dimettersi».

Professor Buratti, come giudica l’assalto al Campidoglio a Washington?

Vorrei fare mie le parole del presidente eletto Joe Biden: si è trattato di un gruppo di estremisti, e negli ultimi anni l’estremismo politico negli Stati Uniti è enormemente cresciuto. Questo gruppo, che prima si era riunito in maggioranza pacificamente, ha poi oltrepassato i limiti e a questo ha certamente contribuito il comportamento molto censurabile di Trump. Da qui a parlare di minaccia alla democrazie tuttavia ce ne corre.

Già nel 2016 l’amministratore delegato del New York Times, Mark Thompson, parlava della “fine del dibattito pubblico”. Quanto ha contribuito il linguaggio estremista e populista della politica americana negli eventi di Capitol Hill?

Capisco che le immagini siano state clamorose, soprattutto per il valore simbolico dei luoghi coinvolti. Tuttavia bisogna mettere la realtà dei numeri davanti a tutto. Nelle ultime settimane abbiamo visto come la democrazia americana ha saputo marginalizzare progressivamente le posizioni di Trump e dei pochi leader politici che lo avevano seguito, avviando una transizione dei poteri quanto più possibile pacifica. Questa è una buona notizia per la democrazia americana.

In molti chiedono il ricorso al 25° emendamento. In cosa consiste?

Il 25° emendamento, in particolare il quarto comma, parla della destituzione del presidente per “inabilità”, ed è stato scritto e pensato per risolvere i problemi di impedimento fisico.

Si tratta di un’incapacità di fatto derivante da motivi prevalentemente di salute e portare questo emendamento al concetto di impedimento come inabilità politica è secondo me una forzatura. Bisogna poi considerare che qualora venisse applicato il 25° emendamento Trump potrebbe comunque opporsi aprendo così una disputa interna all’esecutivo che verrebbe risolta dal Congresso in tempi molto lunghi e con maggioranze molto ampie.

Tempi tecnici che mancano anche per un’eventuale procedura di impeachment…

L’impeachment prevede espressamente il tradimento alle istituzioni, ma anche in questo caso i tempi sono molto lunghi. A mio parere è più ragionevole che, qualora tutta la politica americana, democratici e repubblicani insieme, insistesse sulla rimozione del presidente, si persuadesse Trump a dimettersi anticipatamente, ipotesi che non dispiacerebbe allo stesso Trump per evitare di presenziare al passaggio di consegne a Biden.

Crede che Trump sia un politico incline alla persuasione e alle dimissioni?

Personalmente la cosa migliore credo sia lasciar raffreddare il contesto in attesa del giuramento di Biden, e in queste due settimane non mi sembra che il Presidente possa assumere decisioni tali da mettere in pericolo le istituzioni democratiche. Occorre una transizione pacifica anche in questi ultimi giorni.

A cosa si deve tutta questa rabbia degli elettori di Trump che, lo ricordiamo, sono stati più di 75 milioni?

Le cause della divisione nella società americana sono profonde e non solo ascrivibili a Trump, che casomai è l’effetto di tutto ciò. Il conflitto è sia tra classi sociali che tra concezioni filosofiche della politica e in questi contesti, quando si ha a che fare con leader politici così poco inclini al regolare gioco della democrazia, devono subentrare le costituzioni. Per questo la Costituzione americana meriterebbe di essere revisionato migliorando gli aspetti tecnici della transizione.

In che modo?

Stiamo osservando i limiti forti di un processo elettorale disegnato in un’epoca molto diversa e per esigenze molto diverse da quelle odierne. Il lungo intervallo di tempo che intercorre tra le elezioni e il giuramento del presidente non fa altro che alimentare le tensioni e bisogna essere consapevoli che occorre modernizzare il procedimento.

Beh, la transizione è così lunga da decenni e mai si era arrivati a tanto…

Certamente Trump ha contribuito a esacerbare le tensioni. Ma teniamo in considerazione altri elementi: nel 2000, ad esempio, il conflitto elettorale Bush vs Gore arrivò fino alla Corte suprema.

Quanto hanno influito i social in tutto ciò?

Il trasferimento della comunicazione politica dalle sedi novecentesche ai social media rappresenta un problema perché non siamo preparati a regolare questi fenomeni, come accadde all’avvento delle televisioni. Non possiamo lasciare all’autoregolamentazione e all’autodisciplina delle compagnie che gestiscono i social i limiti del lecito e dell’illecito, del vero e del falso.

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