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È cambiato tutto, il 6 gennaio 2021. Quel giorno, prima dell’assalto a Capitol Hill, l’America scriveva la storia, quando Raphael Warnock, il pastore della chiesa di Martin Luther King, diventava il primo senatore afroamericano eletto in Georgia, l’undicesimo nella storia degli USA, il primo democratico nel Sud, il profondo Sud delle piantagioni di cotone, dove la guerra civile non è mai finita davvero. Non a caso è con la mappa delle migrazioni africane verso questo Stato, una lunga linea nera – The Georgia Negro. Routes of the African slave trade –, e la didascalia “Il problema del XX secolo è il problema della color-line” che si apre il volume pubblicato in occasione della mostra Reconstructions: Architecture and Blackness in America, dal 20 febbraio al 31 maggio al MoMA di New York.

Più di una mostra, una ricerca e un’indagine sulle connessioni tra architettura, blackness (termine intraducibile, perché l’essere nero non ne coglie tutte le sfumature) e razzismo contro i neri nel contesto americano. Una denuncia delle discriminazioni e dei casi di ingiustizia che si riflettono anche nelle politiche sociali, nella pianificazione urbana e nell’architettura degli spazi pubblici. Perché, come dice Katherine McKittrick, che insegna Gender Studies alla Queen’s University, «Black Matters Are Spatial Matters», e l’architettura ha la capacità – o l’incapacità – di definire il modo in cui il popolo americano si vede e si percepisce come parte di una sola grande comunità, dove le case, le scuole, le prigioni, e persino le strade e le piazze sono luoghi di esclusione o di inclusione.

“A Trifle of Colour”, progetto di Yinka Ilori. Foto di Luke Evans.

Perché qui, è la tesi della mostra, si possono pareggiare alcune iniquità che la storia ancora fatica a digerire, come se il paesaggio che ci circonda fosse più decisivo della società che lo abita, e informasse quei comportamenti che diminuiscono il ruolo e la presenza delle comunità afroamericane, arrivando a escludere la popolazione di colore dalla cittadinanza attiva e produttiva. Riportiamo l’attenzione lì, perché lì si possono riparare le ingiustizie e rivalutare la Black Life, in quelle case, cucine, verande, nei quartieri divenuti ghetti, nelle periferie delle città americane.

La questione razziale è, prima di tutto, una questione spaziale. Due anni fa, ben prima della pandemia, dell’uccisione di George Floyd e delle proteste del movimento Black Lives Matter, un gruppo di curatori si è messo al lavoro su un tema così immenso e delicato: Sean Anderson del MoMA, Mabel O. Wilson della Columbia University, con Arièle Dionne-Krosnick, con la consulenza di studiosi, scrittori, urbanisti, avvocati, educatori, attivisti e architetti. E il titolo della mostra che ne è scaturita non è casuale, perché allude al periodo della “Ricostruzione” (1863-77), seguito all’abolizione della schiavitù negli USA, con l’approvazione del tredicesimo emendamento della Costituzione, e la Dichiarazione di emancipazione, pronunciata dal presidente Abramo Lincoln il 1° gennaio 1863. Un processo lungo e doloroso, mai finito, di emancipazione, che comincia proprio con la costruzione di chiese e scuole, non solo luoghi di culto e istruzione, ma soprattutto di aggregazione e crescita politica, oasi di libertà, barricate contro la società media americana, bianca e ostile, soprattutto nel profondo Sud. La White Supremacy. Una guerra, appunto, di spazi conquistati. E per illustrare questo lungo capitolo della storia americana, cominciato più di 400 anni fa e oggi quanto mai attuale, oltre ai tanti saggi e alle straordinarie immagini che compongono la mostra e il catalogo sono stati commissionati 10 nuovi progetti ad altrettanti autori afroamericani contemporanei, architetti, designer e artisti: Emanuel Admassu, Germane Barnes, Sekou Cooke, J. Yolande Daniels, Felecia Davis, Mario Gooden, Walter Hood, Olalekan Jeyifous, V. Mitch McEwen e Amanda Williams. Ognuno ha lavorato sulle condizioni particolari di una città americana e delle sue comunità nere – Atlanta, New York, Los Angeles, Miami, Nashville, New Orleans, Oakland, Pittsburgh, St. Louis e Syracuse. Agli autori è stato chiesto non di fornire soluzioni ma di immaginare strategie linguistiche, strutturali e visive, attraverso interventi in contesti privati, semi-privati e pubblici che esprimessero le molte valenze della Blackness.

“Blackened Steel Dining Table” di Jerome Byron. Foto di Luke Sirimongkhon.

Cinque le parole-chiave che i curatori hanno scelto per organizzare una materia tanto complessa: rifiuto, emancipazione, immaginazione, cura e conoscenza. Mario Gooden dello studio Huff + Gooden Architects propone una serie di animazioni generate al computer sul rifiuto dello spazio a Nashville, lì dove nel 1960 alcuni studenti afroamericani protestarono formando una lunga linea fino alla casa dell’attivista Z. Alexander Looby, bombardata dai segregazionisti. Felecia Davis rievoca le associazioni di mutuo soccorso nate intorno alla produzione di quilt nel distretto di Pittsburgh Hill, Germane Barnes con A Spectrum of Blackness lavora sulle memorie orali delle diverse etnie di Miami per riscostruirne le narrative in forma di collage. Fino alle straordinarie immagini dell’artista Olalekan Jeyifous che denunciano il mercato dei Mobility Credits, e l’esistenza di “Frozen Neighborhoods”, quartieri composti da comunità che non viaggiano né si spostano mai dal luogo in cui sono nate, Brooklyn, per esempio, perché vendono ai più ricchi la possibilità di movimento, e quindi di cambiamento di vita.

Più di una mostra, un progetto che si chiude con una dichiarazione dei dieci autori, riuniti nel “Black Reconstruction Collective”, perché l’architettura non sia solo strumento imperialistico, di esaltazione del singolo, ma soprattutto di emancipazione e gioia, un impegno per l’avvenire e la libertà di tutta la comunità afroamericana. Perché un mondo migliore è possibile, qui e ora. Basta immaginarlo e saperlo disegnare. Lo dimostrano gli architetti e designer afroamericani che stanno conquistando la scena internazionale, dal pluripremiato architetto ghanese sir David Adjaye al designer anglo-nigeriano Yinka Ilori. Lo dimostra Raphael Warnock, primo senatore democratico in Georgia, lì dove geografia e storia degli ultimi secoli di vita americana si incontrano, e guardano al futuro.

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