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Non si può nascondere la polvere sotto il tappeto, da un giorno all’altro. Europa e Stati Uniti escono da quattro anni segnati da grandi incomprensioni. L’avvicendamento di Donald Trump e l’arrivo di Joe Biden alla Casa Bianca può aprire un percorso per costruire quella che Ursula von der Leyen ha chiamato “una “nuova agenda transatlantica”, confida a Formiche.net Antonio Parenti, capo della Rappresentanza in Italia della Commissione europea con una lunga carriera diplomatica fra New York e Bruxelles. A patto che nessuno al di qua dell’Oceano pensi di appaltare i suoi problemi sull’alleato americano, “alla fine potrebbe rivelarsi una presidenza domestica”.

Parenti, partiamo dall’Ue. Quale sarà il primo segno tangibile di cambiamento?

Il ritorno al multilateralismo che rimane la stella polare della politica estera europea e dunque a una possibile collaborazione in tale ambito. Il primo annuncio di Biden è stato il ritorno agli accordi di Parigi sull’ambiente. Lo stesso può valere nella lotta contro il Covid-19, con il rientro degli USA nell’Oms e speriamo che con Biden gli Usa si uniscano alla Ue nello sforzo per assicurare i vaccini anche ai Paesi in via di sviluppo.

Cambia il merito o solo il metodo?

In questo caso coincidono. Il rientro degli Stati Uniti nell’Oms e negli accordi di Parigi sono scelte politiche. Significa riallacciare i nodi di un’azione multilaterale per la soluzione di problemi che affliggono tutti.

Le frizioni fra Washington e Bruxelles sono archiviate?

Presto per dirlo. Pensare che ci sia un “libera tutti” rispetto alle difficoltà con l’amministrazione precedente sarebbe un errore; alcune frizioni sono inevitabili ed esistevano anche con l’amministrazione Obama. Ci sono inoltre 70 milioni di persone che hanno votato Trump e fra 4 anni potrebbero eleggere nuovamente un presidente isolazionista. Ma cambierà il tono e questo ci dovrebbe permettere di ripartire dai fondamentali: gli Stati Uniti sono, e restano, il principale alleato dell’Ue e viceversa. Fra le due parti sono tradizionalmente più i punti comuni che quelli di disaccordo. Ma c’è un altro errore da scongiurare.

Quale?

L’Europa non può cullarsi nella speranza che con Biden siano gli Stati Uniti a risolvere i suoi problemi, o che si possa abbandonare la difficile discussione sul futuro dell’integrazione dell’Unione europea di fatto inaugurata con la pandemia: faremmo un errore tremendo e l’amministrazione von der Leyen è determinata a evitarlo. L’amministrazione Biden promette di collaborare sulle grandi questioni internazionali e si può e deve fare molto assieme.

Quindi nessun ostacolo sul percorso?

Non dimentichiamo che non solo i democratici sono generalmente più protezionisti dei repubblicani ma anche e soprattutto che questa amministrazione dovrà farsi carico di enormi problemi interni agli Stati Uniti, a cominciare dalla chiara divisione del Paese che emerge da queste elezioni. Nonostante le buone intenzioni la presidenza di Biden potrebbe alla fine rivelarsi una presidenza domestica e, come detto prima, non si può escludere un ritorno di Trump o del ‘trumpismo’ tra quattro anni. Dobbiamo dunque continuare a rafforzare l’Europa in questo periodo.

La Commissione Ue di Ursula von der Leyen ha fatto dell’“autonomia strategica” una bandiera. Eppure in tanti settori, dalla tecnologia alla politica estera, quell’autonomia resta una chimera.

In questi quattro anni l’Ue ha sicuramente aumentato la sua autonomia strategica. Purtroppo deve fare i conti con un ostacolo, soprattutto in politica estera: la regola dell’unanimità. Va anche detto che autonomia non sempre significa contrapposizione. Gli interessi strategici di Ue e Stati Uniti molto spesso coincidono.

Il tandem Biden-Harris ha ricevuto un sonoro endorsement dalla Silicon Valley. Crede che difenderanno l’industria, anche dalle controversie con Bruxelles?

Credo che questo credito di fiducia in Biden, che ripagherà probabilmente con un rilassamento di alcune regole sull’immigrazione di scienziati che sono fondamentali per tali imprese, gli possa permettere di fare in un certo senso sul digitale quel che fece Nixon con la Cina, che promosse una soluzione alla sua esclusione dai consessi internazionali. In questo caso si tratta di facilitare un accordo globale sulla tassazione delle imprese. Una parte dei democratici d’altro canto spingerà sicuramente per assicurarsi che anche negli Usa le grandi aziende tech paghino le tasse dove producono benefici e non solo in qualche paradiso fiscale. Sarebbe una buona notizia per l’Ue, che punta anche su queste tasse per finanziare i fondi del Next generation Eu.

Sul 5G è in corso un braccio di ferro serrato fra Europa e Stati Uniti. Non si è ancora trovata, però, una comune soluzione per escludere le aziende cinesi sospette di spionaggio. Con Biden si sbloccherà l’impasse?

A mio avviso non ci saranno grandi cambiamenti sul dossier Cina, uno dei pochi che, durante tutta l’era Trump, è rimasto bipartisan, come dimostra la legislazione al Congresso. L’Europa da parte sua continuerà il cammino verso una soluzione autonoma e magari autoctona. Ma, almeno sul fronte commerciale, non ha lo stesso problema generale degli Stati Uniti. Siamo in deficit con la Cina ma esportatori verso il resto del mondo. Non abbiamo dunque lo stesso deficit assoluto con cui devono fare i conti a Washington Dc, il che non significa naturalmente che la Cina non resti un rivale sistemico per l’Europa.

Con la Russia Biden promette il pugno duro. Basteranno le sanzioni Ue?

Oltre ai proclami, naturali viste le accuse di interferenze di questi anni, dovremo vedere come si svilupperà nella realtà la politica americana verso la Russia. I rapporti fra Europa e Russia sono ormai ben delineati e purtroppo difficili. È probabile però che con questa amministrazione americana ci possa essere una maggiore sintonia di politiche verso Mosca.

E un ricorso più deciso alla Nato…

Non so se la Nato avrà maggiore impulso rispetto ai quattro anni di Trump alla Casa Bianca nei confronti della Russia. Il contenimento della Russia in Europa mi pare sia più politico che militare al momento. Il vero teatro dove la Russia ha eroso spazio alla potenza americana è il Medio Oriente dove la Nato non è mai stata particolarmente presente.

Ecco, l’amministrazione Obama ha firmato cinque anni fa con l’Ue il Jcpoa, l’accordo per la denuclearizzazione in Iran. Trump lo ha abbandonato, e ha fatto eliminare il più potente generale iraniano, Qassem Soleimani. Si può davvero tornare indietro?

Non sarà facile. D’altronde, le dichiarazioni provenute da Teheran non sono state particolarmente incoraggianti. L’Europa, ma non solo essa, ha un forte interesse al ritorno al Jcpoa. Se oggi l’Iran non è ancora una potenza nucleare è grazie a quel trattato.

Chiudiamo con l’Italia. Quanto conta oggi il Belpaese per la politica estera americana?

L’Italia ha un ruolo importante da giocare, soprattutto l’anno prossimo in cui l’Italia assumerà la presidenza del G20 e che sarà uno dei primi banchi di prova per il ritorno al multilateralismo di Biden. Inoltre ora troverà alla Casa Bianca un presidente cattolico, sposato con una moglie di origini italiane, che avrà un occhio di riguardo. Se i rapporti economici e politici sono rimasti intatti con Trump, non vedo perché non possano migliorare con Biden.

Roma può fare da ponte fra Washington e Bruxelles?

Ha le carte per farlo. L’Italia ha una capacità unica di comprendere alcune sfaccettature della politica americana e riportarle alle istituzioni Ue e naturalmente viceversa nei confronti di Washington. Con l’uscita del Regno Unito dal consesso europeo, potrebbe aumentare d’importanza il ruolo del nostro Paese, anche se non dobbiamo dimenticare gli stretti legami che gli Usa mantengono con altri Paesi europei, in primis la Germania.