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Con l’assegnazione ufficiale dei 20 elettori della Pennsylvania, Joe Biden ha conquistato ufficialmente la Casa Bianca dopo una delle elezioni più difficili nella storia americana. Come spesso accade in situazioni del genere, molti osservatori aspettano cambiamenti molto significativi, quasi strutturali, in politica estera, aspettativa ancora più marcata dato il livello di polarizzazione complessiva, di personalizzazione di alcune scelte, e di direzione ondivaga su alcuni dossier che hanno caratterizzato la politica estera trumpiana nel corso dei suoi quattro anni di presidenza.

In realtà, delle rotture traumatiche ed epocali dal punto di vista di logiche strategiche, alleanze e interessi non ve ne sono state negli ultimi anni e non vi sono all’orizzonte. In questo senso, eventuali aspettative saranno necessariamente deluse. Vi sarà una normalizzazione dei processi legati all’implementazione della politica estera; un ritorno dei “mandarini” e della burocrazia nell’oleare il processo, cosa che in particolare nell’ultimo biennio era parzialmente venuta meno come ripetuto a iosa quasi ovunque a D.C.; e una più generale coesione tra tutti i pezzi della complessa e volutamente frammentata macchina decisionale americana.

Medio Oriente e Nord Africa non faranno eccezione. Nella regione, al netto di alcune scelte estremamente caratterizzanti – sull’Iran, ad esempio – l’amministrazione Trump non ha operato dei cambiamenti strategici radicali. Certo, la forma eccentrica e una certa imprevedibilità – che in politica estera non è necessariamente negativa, ma quanto voluta o frutto di una certa improvvisazione solo gli storici potranno dirlo – delle diplomazia trumpiana in alcuni ambiti si è trasformata in sostanza, e la sua persona è stata importante nell’influenzare certe dinamiche – si pensi, ad esempio, al contenere la spinta anti-turca presente in modo bipartisan nel Congresso, o all’approccio di Trump sulla Libia dove, in contraddizione con l’approccio più bilanciato di Pentagono e Dipartimento di Stato, il presidente uscente si è spinto a sostenere apertamente l’intemerata militare di Khalifa Haftar nell’Aprile 2019 risoltasi in un fiasco evidente.

Chiaramente, essendo Biden l’ex vicepresidente di Barack Obama e – vista la sua già allora lunghissima esperienza sui temi politica estera – una delle principali menti dell’amministrazione Obama in questo ambito, la sua elezione come presidente degli Stati Uniti pone alcune questioni su come gestirà determinati dossier che erano emersi come particolarmente importanti in quegli anni. Come, ad esempio, la relazione tra gli Stati Uniti e la Fratellanza Musulmana. O, meglio dire, le Fratellanze Musulmane.

Ai tempi di Obama, la timida apertura rispetto a questi gruppi nei mesi successivi al discorso del Cairo e la gestione delle evoluzioni delle Primavere Arabe portò l’amministrazione a interagire in maniera più intensa, rispetto a ogni altra amministrazione precedente, con le forze espressione della Fratellanza in vari Paesi. Nei mesi concitati delle rivolte del 2011, l’amministrazione Obama accolse esperti sull’Islam politico del calibro di Peter Mandaville e Quintan Wiktorowicz nei suoi ranghi per calibrare risposte più adeguate rispetto ai sommovimenti che stavano sconvolgendo la regione. Però, e da questo punto di vista le differenze con il passato erano minime, l’approccio obamiano fu più reattivo che altro: non c’era un desiderio particolare di interagire con i rappresentanti di un movimento con cui gli americani fecero fatica ad interagire anche ai tempi del comune nemico sovietico.

Semplicemente, nel disordine di quel periodo, nell’amministrazione Obama si ebbe chiara la percezione che, da un lato, gli americani non potevano scegliersi gli interlocutori solo sulla base delle loro preferenze ma che dovevano necessariamente aprirsi a chiunque emergesse come potenziale attore rilevante in quei contesti. Dall’altro, in paesi che avevano conosciuto dittature lunghe e paranoiche, vi era una penuria di movimenti organizzati e gerarchicamente strutturati che potessero, quanto meno, essere interlocutori effettivi ed efficienti e capaci di controllare le proprie basi e i propri militanti. E, in questa ottica, i movimenti legati alla Fratellanza erano, in molti casi, più strutturati e coerenti di molti altri attori che stavano emergendo dal caos di quelle settimane.

Questa esigenza era particolarmente importante rispetto all’Egitto, il cui valore geopolitico per gli americani è fondamentale, sia per il suo ruolo di pilastro della pace regionale con Israele sia come custode del Canale di Suez, snodo fondamentale di connessione marittima per una potenza, come quella americana, che basa il suo dominio mondiale (anche) sul controllo degli oceani e dei mari. Inoltre, coinvolgere la Fratellanza egiziana era anche vista come un’opzione per tenere a bada attori apertamente salafiti o percepiti come ancora più radicali che iniziarono a proliferare nell’Egitto post-Mubarak. Detto ciò, quando vi fu il colpo di stato in Egitto che ha portato al-Sisi al potere, gli Stati Uniti subito si allinearono alla nuova realtà, a dimostrazione che le relazioni con la Fratellanza erano sacrificabili sull’altare di interessi strategici fondamentali.

Ad uno sguardo d’insieme, quindi, sostenere che l’amministrazione Obama fosse intrinsecamente più simpatetica rispetto ad altre amministrazioni americane rispetto al movimento, tanto variegato quanto centrale, dell’Islam politico globale è probabilmente un’esagerazione. Inoltre, come approccio complessivo, l’amministrazione Obama non si è caratterizzata per essere particolarmente attiva sul fronte della promozione della democrazia, e quindi di una politica più attiva di interlocuzione con opposizioni in contesti autoritari o con i rappresentati della società civile, in particolare se comparata con l’universalismo liberale clintoniano o il neoconservatorismo democratico-imperiale bushiano. Quindi, la logica che guidò l’amministrazione di Obama e di Biden nell’interloquire con le varie espressioni della Fratellanza fu nettamente più contingente che strategica.

Appunto per questo motivo, guardare alla passata esperienza del neoeletto presidente americano difficilmente può fornire degli elementi significativi sull’approccio che l’amministrazione Biden avrà rispetto a questa galassia. Inoltre, una risposta univoca su quale sarà l’approccio dell’amministrazione è impossibile da fornire anche per un altro motivo più immediato ma intrinsecamente complesso: univoca non è la Fratellanza Musulmana perché essa è lontana dall’essere una realtà monolitica. Si può, però, delineare qualche elemento che definirà la direzione complessiva.

Nel corso degli ultimi anni, in particolare dopo il colpo di Stato militare in Egitto che ha riportato i militari apertamente al potere (in realtà, anche a vedere le dinamiche della dismissione di Mubarak e l’intermezzo morsiano, il potere non lo avevano mai lasciato) parlare di un’organizzazione coerente della Fratellanza Musulmana è sempre più difficile, per svariati motivi: la repressione che hanno subito in Egitto, da sempre cuore pulsante dei Fratelli, e altrove; la normalizzazione istituzionale che hanno conosciuto in altri contesti, si pensi al Maghreb degli ultimi 30 anni; l’impatto che le dinamiche della geopolitica regionale hanno avuto sulla loro presenza in Medio Oriente e Nord Africa e sulle capacità di influenzarne le realtà politiche; la crescente competizione che esiste in un mondo come quello dell’Islam politico cosi complesso e sfaccettato quanto poco compreso, in particolare in Occidente, e che inevitabilmente mette pressione a un movimento adesso sulla difensiva.

Più che un movimento politico coerentemente strutturato, la Fratellanza al momento rappresenta un’area culturale molto ampia, e in cui vi si trovano tantissime, diverse anime, e che i partiti politici che si rifanno formalmente alla Fratellanza non coprono in tutta la loro ampiezza. Il leader della Fratellanza, Ibrahim Munir, ha detto che la Fratellanza è “tanto un’organizzazione quanto un’idea”. Negli ultimi anni, probabilmente, essa è divenuta più un’idea di società che non espressione di un’organizzazione effettiva ed efficiente.

Inoltre, le sue varianti nazionali hanno approcci, interessi, logiche che devono tanto all’ambiente specifico in cui esse si sono formate e sviluppate. Al netto di una serie di limitati principi generici e generali, le diverse declinazioni nazionali della Fratellanza hanno agende specifiche, anche rispetto alle relazioni con gli americani: si pensi, ad esempio, ai gruppi legati alla Fratellanza in Kuwait o in Iraq apertamente filoamericani, o alla cooperazione americano-tunisina, mai venuta meno, nei quasi dieci anni in cui EnNahda ha rappresentato il pilastro del sistema politico tunisino.

In conclusione, analizzando le relazioni storiche degli americani con le varie anime della Fratellanza, tale relazione è stata generalmente solo un’appendice di discorsi diplomatici e strategici più ampi. L’approccio dell’amministrazione Biden sarà coerente con questo dettato strategico. Ciò che successe negli anni di Obama, dove Biden aveva un ruolo significativo come vicepresidente, fu dovuto ad una congiuntura peculiare legata alle Primavere Arabe, ma non si trasformò mai in un approccio realmente strategico. Cercare risposte in quel periodo, quindi, difficilmente può aiutare a comprendere cosa potrà accadere con questa nuova amministrazione.

Laddove una collaborazione con gruppi legati alla Fratellanza possa essere funzionale ad avanzare specifici interessi americani, e questi gruppi dovessero essere capaci di evitare zone grigie rispetto a questioni come pluralismo o rapporto tra attivismo e violenza – per gli americani in genere una discriminante – non vi sarà pregiudizio e si cercherà il contatto. Ma ciò avverrà caso per caso, e mai in maniera tale da far intravedere una possibile relazione più strategica e ad ampio raggio