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Atletica, assolto Alex Schwazer: “Nel 2016 non ci fu doping”

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AGI

Il lucido delirio di sangue del “professore” che non volle mai pentirsi

AGI – La sua presenza pesò come un macigno su Napoli e sulla Campania. ‘O professore con il suo solo sguardo, mobile e spiritato sotto le lenti dalla montatura d’oro, poteva comandare morte e spargere paura. Ci voleva uno sforzo immaginativo per ritrovare il don Raffaele di allora nel Cutolo di ora: un vecchio ridotto al lumicino, 40 chili, lo sguardo spiritato e la capigliatura arruffata. 80, 55, 38 L’uomo dalla memoria prodigiosa e delirante che ordinò le imprese più cruente, il boss che sfidò tutti gli altri boss di camorra, il negoziatore che riceveva in carcere esponenti di Stato “mediando” per la liberazione dell’assessore regionale Ciro Cirillo rapito dalle Brigate Rosse, il tessitore di raffinate strategie criminali e imprenditoriali. Lui, Cutolo, 80 anni il prossimo novembre di cui più di 55 trascorsi in carcere, e di questi più di 38 al carcere duro, era ricoverato da mesi nell’ospedale di Parma smangiato dagli acciacchi e da una demenza senile frutto non soltanto dell’età ma della vita che aveva perseguito e voluto sin da quando, ventiduenne, commise il primo omicidio, movente una parola sbagliata, uno sguardo di troppo nei confronti di sua sorella Rosetta. Una vita che non aveva voluto cambiare perché mai ebbe o promise pentimento, ripetendo che nulla aveva da pentirsi. Mentre altri criminali, collaborando chi più chi meno con la giustizia mutarono la propria condizione, Cutolo non volle farlo: forse intendeva passare alla storia come un mito, del male naturalmente, ma non per lui, che si ritenne artefice di un tribunale tutto suo e non ne riconosceva altri. Pasta e fagioli Non riconosceva, da tempo, neppure la moglie Immacolata, nei colloqui di un’ora al mese consentiti dal 41 bis; non il suo avvocato da trent’anni, Gaetano Aufiero; Denise la figlia invece (concepita nel 2007 con l’inseminazione artificiale) la riconosceva sì e no. Le sue condizioni nelle ultime settimane s’erano aggravate per una polmonite ed era stato trasferito nella terapia intensiva dell’ospedale di Parma, poi riportato in una stanza del reparto detentivo dove era sorvegliato da un drappello di agenti (l’avvocato ne contò cinque nell’ultima visita fattagli pochi giorni fa). Tanto lui non s’alzava più dal letto, giacendo in una nebbia che offuscava la percezione come delle persone così del tempo (che anno è? quale giorno? boh), tuttavia nell’ordinanza con cui il 2 ottobre scorso il Tribunale di sorveglianza di Roma aveva respinto il ricorso contro il 41 bis si rilevava che aveva saputo rispondere alla domanda: cosa ha mangiato a pranzo? (pasta e fagioli). Tutti pazzi L’aveva simulato, lo squilibrio mentale, per ottenere un ricovero nel manicomio criminale di Aversa dal quale fuggì (per usare le sue parole “si allontanò”) il 5 febbraio del 1978, grazie a un commando di affiliati che lo liberarono con l’esplosivo. Era l’epoca delle perizie psichiatriche discusse e discutibili ai boss della camorra: tutti che parevano o si atteggiavano a pazzi, da Michele Zaza re del contrabbando a Umberto Ammaturo, che simulava l’incubo di un mulo che lo prendeva a calci, entrambi acerrimi nemici di Cutolo. Ed era in questi giochi di perizie, trucchi e inganni, che ci rimise la testa il criminologo Aldo Semerari, decapitato nell’82 proprio da Ammaturo per “punirlo” della presunta disinvoltura professionale (stilò una perizia favorevole a un cutoliano). I numeri possono porgere la quantità dell’orrore ma non mai pesarlo. E comunque: 1.500 circa furono gli uccisi nella guerra di camorra soltanto nel periodo 1978-1983, un continuo bollettino di guerra che imbottì gli obitori della Campania di camorristi e vittime. Napoleone del male lui, Raffaele Cutolo, contro una coalizione riunita nella sigla cartello Nuova Famiglia. Lo scontro s’esacerbò con la fiumana di soldi che si riversarono sulla regione per la ricostruzione del dopo sisma. Quel 23 novembre 1980 la terra si scosse e nel carcere napoletano di Poggioreale i clan ne approfittarono per una carneficina. Si raggiunse l’acme con i 265 omicidi del 1982. Quante le vittime di Cutolo? Quanti e quali delitti ordinò? Un ossario pieno: dal vice direttore del carcere di Poggioreale, Giuseppe Salvia, al boss della mala milanese Francis Turatello al già luogotenente Antonino Cuomo e a sua moglie, Carla Campi. Lasciarono un piccolo orfano cui Cutolo dedicò una poesia: “Purtroppo i genitori erano maestri di tradimento, infamie, calunnie./ Bimbo testimone innocente, cresci sano e diverso./ Dimentica tutto per una vita migliore”. Poesie, quella canzone e un film Perché Cutolo fu poeta. Un primo libro nel 1980 (Poesie e pensieri) che colpì persino Goffredo Parise (il quale non s’era accorto che ‘o professore plagiava parzialmente il grande poeta napoletano Ferdinando Russo); un secondo (Poesie dal carcere) nel 2019. E Cutolo fu anche poetato. Da Fabrizio De André nella tarantella Don Raffaè. Da Giuseppe Tornatore col film Il camorrista (nei suoi panni Ben Gazzara), che si continua a proiettare e continuerà a ispirare – quest’è la verità – chi ha preso la strada sbagliata. E che sostanzia la “inalterata fama criminale” (parole dei giudici) di ‘o professore, perché le tv locali ancora lo ritrasmettono. La mosca Perché il suo corpo pesava 40 chili, ma la sua fama molto molto di più. Forse anche oggi, che i 40 chili si sono fatti fantasma, peserà da fantasma. Non per i segreti che porta nella tomba, e che tanto non avrebbe rivelato, ma per le misteriose ostinazioni di una mente da capo irriducibile che ha sopportato in lucida follia la durezza, ancora prima del 41 bis, del carcere dell’Asinara dove il presidente della Repubblica, Sandro Pertini, premette per spedirlo nel 1982. Lui, cinque anni dopo, scriveva ai giornali: “Per superare lo sconforto, la disperazione” dei primi mesi “allevai una mosca. Sì, proprio una mosca e con questa inventavo dei lunghi discorsi, con domande e risposte. S’intende, ero soltanto io a a parlare, per me e per la mia fedele amica mosca”. Terra e mare Aveva comprato il castello dei Medici a Ottaviano (365 stanze, una al giorno, che non si godette mai un giorno), aveva cercato di piacere alla mafia d’Oltreoceano dei Gambino, aveva mosso politici di primo, secondo e terzo piano, si compiaceva di ricevere l’omaggio nelle apparizioni in tribunale di divi locali e calciatori (il presidente dell’Avellino gli portò il nuovo acquisto Juary a baciarlo in aula), aveva ripristinato la mistica dell’antica camorra dichiarata – per illusione – morta per sempre a inizio Novecento col processo Cuocolo, poi rimorta (per sempre) allo scoppio della Prima guerra Mondiale, poi rimorta per l’ennesima volta col Fascismo e nel Secondo dopoguerra, quando Lucky Luciano tornò nella terra d’origine e fu schiaffeggiato dai nuovi guappi, i quali a loro volta sarebbero stati spazzati via da traffici più moderni, dalla camorra imprenditoriale che devastò la faccia dell’ultimo, ‘o malommo Antonio Spavone. Per ordine di don Raffaele, il quale, ispirato anche ai calabresi, ricostituì rituali, gerarchie, “tribunali” della “nuova” camorra. E da Ottaviano, alle falde del Vesuvio, dichiarò guerra alla camorra cittadina dei Giuliano, che ostentava, cantava, sfoggiava ori, automobili, femmine: napoletani di città, quelli che “tengono il mare”. ‘O professore veniva dalla terra. Perciò non ostentava gioielli ma solo sorrisi. Camorra contro camorra in una pagina da brivido della meridionale storia nera. Il vecchio don Raffaele poteva alimentarla solo con una morte che gli fosse coerente. Irriducibilmente.

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