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Associazione a delinquere di Romeo e altri 54: giro d’affari di ben 800 euro

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Venerdì sera la Gup di Napoli Simona Cangiano (il Gup è il giudice dell’udienza preliminare) ha in parte respinto e in parte accolto la richiesta di rinvio a giudizio avanzata dal Pm John Woodcock nei confronti di Alfredo Romeo e di altre 54 persone accusate di spaventosi reati, come ha spiegato Il Fatto nell’edizione di sabato (il sindaco de Magistris invece ha parlato di trama delittuosa “devastante”). Ne abbiamo già riferito su questo giornale. L’accusa è di aver orchestrato un piano molto articolato di episodi di corruzione che avrebbe fruttato ai corrotti un malloppo di quasi 800 euro. I corrotti per la verità avrebbero incassato una cifra parecchio più piccola, ma nella somma che dà il giusto valore al delitto vanno considerati anche 350 euro di mancato pagamento di una fattura.

L’ipotesi dell’accusa – se ho capito bene – è che i corruttori abbiano fatto una colletta, mettendo circa 10 euro a testa, per poi distribuire ad alcuni pubblici ufficiali regali vari, tra i quali alcune piante (in particolare un myrtillocactus del valore di oltre 90 euro) e alcuni buoni scontati per entrare nella Spa di un albergo napoletano che appartiene a Romeo. L’ingresso nella Spa, di solito, costa 65 euro, la signora corrotta da Romeo e dai suoi 54 amici l’avrebbe pagato solo 32 euro e cinquanta centesimi, cioè a metà prezzo (in questa occasione ciascuno dei 55 associati a delinquere avrebbe versato un po’ meno di 60 centesimi).

Poi ci sono i due delitti grossi: il primo è quello di avere assunto un amico di un funzionario comunale in cambio della decisione di mettere le strisce pedonali davanti all’ingresso dell’albergo (ma le strisce non furono mai messe e poi si è scoperto che l’amico del funzionario era stato assunto da qualche anno dalla Romeo e gli fu solo confermato il contratto); il secondo delitto grosso è di avere pagato una sola settimana di affitto del marciapiede davanti all’albergo per pulire le vetrate utilizzando le impalcature. Il lavoro, causa pioggia, fu interrotto e dunque concluso con alcuni giorni di ritardo: Woodcock ritiene che per questa ragione si sarebbe dovuto pagare un supplemento di circa 350 euro, e la cosa non avvenne. Infine altri vari reati paralleli, che non c’entravano con la corruzione (o con l’eventuale traffico di influenze). Per esempio evasione fiscale e furto di energia elettrica. Il furto (del valore complessivo di oltre 10 euro) avvenne perché la Romeo – che gestiva le pulizie sia del Palazzo di Giustizia che del Cardarelli – usò le lavatrici dei giudici per lavare le lenzuola del Cardarelli.

Di solito quando un Pm chiede un rinvio a giudizio, il Gup lo concede. Stavolta, a sorpresa, la Gup ha avuto da eccepire. Ha negato il rinvio a giudizio su varie possibili imputazioni, tra le quali un paio di corruzioni e i reati fiscali. L’ha concessa però per furto di energia (le lenzuola lavate a sbafo), traffico di influenze (il myrtillocactus) e associazione a delinquere. In cosa consiste questa associazione? Nel collegamento tra i 54 complici di Romeo per le varie azioni delittuose che vi abbiamo appena descritto (la colletta della quale parlavamo all’inizio di questo articolo).

Prima di parlarvi, però, della questione dell’associazione a delinquere – che è una faccenda molto interessante – vorrei raccontarvi come la notizia è stata data ai giornali venerdì sera. Con un paio di note di agenzia nelle quali si parlava di rinvio a giudizio per corruzione e per il sistema appalti e per reati fiscali. Le note di agenzia erano sbagliate, dicevano cose non vere, perché per questi reati c’era stato il proscioglimento. Per correggere le prime note di agenzia è stato necessario l’intervento degli avvocati di Romeo.

Come mai erano sbagliate queste note? Quale era la fonte? Sarebbe interessante indagare, ma per indagare bisognerebbe indagare anche su quel che succede dentro la procura, e su qual è il rapporto tra la Procura, o tra alcuni magistrati della procura, e i giornalisti. Il dispositivo emesso dalla Gup Cangiano nel tardo pomeriggio di venerdì definiva solo i reati chiesti dal Pm e per i quali invece si dichiarava il non luogo a procedere (reati fiscali e corruzione) ma non indicava i reati per i quali si accettavano le richieste del Pm. Come può un giornalista, sulla base di questa sentenza, scrivere esattamente il contrario di quello che nella sentenza c’è scritto? Il dubbio che mi hanno suggerito alcuni amici – ma io non credo ovviamente a tanta maliziosità – è che i giornalisti disponessero di un altro comunicato, scritto prima della sentenza, e che dava per scontato che la sentenza – come di norma – avrebbe accolto tutte le richieste. Se i miei amici, sempre sospettosi, dovessero avere ragione, sarebbe una cosa gravissima. Io credo però che la Procura di Napoli non indagherà mai sulla fuga di notizie false, e che dunque, senza dannarci l’anima, possiamo attribuire l’errore a un attacco di follia dei giornalisti…

E veniamo alla questione dell’associazione a delinquere. Che ha reso felice Marco Travaglio, il quale le ha dedicato molto spazio sul suo giornale (che tra l’altro annovera Woodcock fra i suoi collaboratori, e dunque dovrebbe essere sempre molto informato sulle sue inchieste). La Gup Cangiano effettivamente ha accolto la richiesta di Woodcock di rinviare a giudizio per l’associazione a delinquere, evidentemente ritenendo ragionevole la tesi della colletta da 10 euro a testa per mettere insieme la somma con la quale poi si è realizzata la corruzione (che però nella sentenza è diventato semplice traffico di influenze).

La cosa curiosa è che un altro giudice, un Gip, (si chiama Mario Morra) nell’ottobre di quattro anni fa aveva respinto la richiesta di Woodcock relativa all’associazione a delinquere. La stessa identica associazione a delinquere per la quale venerdì sono stati rinviati a giudizio Romeo e i suoi 54 amici. Aveva scritto esattamente così, il Gip: «Venendo al caso in esame, deve ritenersi che la lettura complessiva delle risultanze investigative non supporti la tesi accusatoria in ordine alla sussistenza di un’associazione a delinquere tra Romeo Alfredo ed i propri collaboratori».

Capite? In Italia può succedere questo: il giudice delle indagini preliminari dice che il reato non c’è e poi, quattro anni dopo, un Gup – che magari non conosce la decisione del Gip – senza che sia cambiato nessun elemento di prova e nessun indizio, decide di rinviarti a giudizio. È una cosa grave? Magari per gli imputati no, perché è chiaro che nessun tribunale mai al mondo potrà condannare 53 persone per associazione a delinquere per avere regalato una pianta a una vigilessa. Per il sistema giustizia sì. Intasato per anni da un processo che sembra un film comico. E anche per il sistema informazione, intravaglito dai rapporti scorretti tra giornalisti e alcuni Pm.

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