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La polizia birmana ha sparato contro un’ambulanza. Le pallottole sono di fabbricazione italiana. I dettagli.

how Italian-made ammunitions ended up being used in #Myanmar‘s murderous military repression need to be investigated, given that the country is under EU arms embargo since 1991. Possible triangulation? Loopholes in export regulations?https://t.co/SlcCWLWtnh

— francesco strazzari (@franxstrax) March 10, 2021

Lo scorso mercoledì 3 marzo, a Yangon, North Okkalapa, una telecamera a circuito chiuso ha ripreso la polizia birmana mentre sparava contro il parabrezza di un’ambulanza. In seguito, gli agenti hanno aggredito gli operatori sanitari intenti a soccorrere i feriti in strada. Secondo quanto riporta il notiziario Irradaway, il proiettile sparato del fucile della polizia è di fabbricazione italiana: la pallottola sarebbe stata prodotta dall’azienda italiana Cheddite Srl. Il documento, firmato dal ricercatore ed esperto di commercio di armi Yeshua Moser-Puangsuwan, riporta che “il proiettile è esploso il 3 marzo nel distretto di North Okkalapa, nell’ex capitale Yangon”.

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Le sanzioni della Birmania

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Protesta in Birmania contro il Colpo di Stato del 1° febbraio 2021 (Getty Images)

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La notizia è stata confermata dalla stessa società italiana. Tuttavia, sebbene i membri abbiano accertato il fatto di esportare le munizioni in diversi Paesi del mondo, questi ultimi avrebbero negato la vendita dei prodotti al Myanmar. D’altra parte la violenza non si arresta in Birmania, all’indomani del lunedì infernale del Colpo di stato Militare (°1 febbraio). Dalla drammatica uccisione di Mya Thwate Thwate Khaing, la 20enne stesa a terra con un colpo alla testa dalla polizia, la repressione di sangue non si è mai fermata.

Dal 2000 la Birmania è soggetta a numerose sanzioni Europea per l’utilizzo di armi e tecnologie durante le dure repressioni civili. Dalla prima vittima simbolo delle atrocità dell’esercito, le armi delle milizie hanno continuato a sparare e non hanno risparmiato neanche i lavoratori delle ambulanze. Oltre ai due morti registrati a Mandalay a fine febbraio, di cui uno minorenne; l’ultimo bilancio provvisorio delle vittime era salito a 54 persone uccise (secondo l’Onu la cifra sarebbe in realtà ben più elevata) e 1700 arresti in tutto il Myanmar, di cui 700 relativi alle ultime proteste dello scorso mercoledì (3 marzo). Tra i detenuti vi sono giornalisti, scrittori, parlamentari, attivisti politici, difensori dei diritti umani, insegnanti, monaci, professionisti sanitari e funzionari pubblici. La maggior parte delle vittime proviene da Yangon, Mandalay e Dawei.

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Insieme ad altre 13 rappresentanze diplomatiche, l’ambasciata italiana a Yangon ha condannato il golpe e ha esortato le forze militari a “fermare le violenze contro manifestanti e civili che chiedono il ripristino della previa e legittima forma di governo”.

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Fonte The Irrawaddy

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