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#ADMyPrivateRoom con Hannes Peer

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Hannes Peer, originario di Bolzano ma milanese di adozione, ci accoglie nella sua “casa delle meraviglie”. Un gioiello del ’900 con un passato unico dall’anima creativa, che l’architetto ha saputo trattare con sapienza, mantenendo intatti elementi preesistenti, in dialogo con un nuovo linguaggio architettonico. All’interno ogni dettaglio è espressione della forte personalità di Peer, un dichiarato elogio all’eclettismo mai abusato, e un rifiuto per il minimalismo dilagante, nuova frontiera della contemporaneità, che l’architetto descrive come «sinonimo di assenza di personalità».

Che cosa l’ha fatto innamorare di questa casa?

«Il fatto che avesse una storia interessante. In questa casa ha vissuto per 50 anni l’artista metafisico Emilio Tadini con la sua famiglia. Era un personaggio poliedrico e ha collaborato con vari artisti italiani e stranieri. Ancora oggi in questa dimora ci sono tracce del passato, come il pavimento in maioliche colorate, (le cui nuance sono state usate da Tadini nei suoi quadri giganti), così come le lesene in legno moganato che abbiamo meticolosamente restaurato e riposizionato nel soggiorno. Oltre a queste preziose preesistenze, una delle cose che mi ha colpito di più erano le altezze: nei punti più alti il soffitto arriva quasi a 4 metri. Il mio appartamento fa parte di una serie di villette di inizio ’900. Un vero gioiello architettonico in stile neoclassico. Una bellissima tela canvas su cui progettare casa mia».

Che stile ha?

«La ristrutturazione è stata un lavoro di sottile sovrapposizione e stratificazione, rispettoso ma allo stesso momento concettuale e dai forti contrasti, radicale nelle scelte materiche come le piastrelle smaltate a muro nel soggiorno. Amo l’eclettismo, giocare con gli elementi, contrapporli, come le decorazioni di stampo Portaluppiano che contrastano con una cucina interamente realizzata in acciaio spazzolato. Ho osato molto con questo progetto in termini architettonici. Sono queste le cose che in sovrapposizione agli elementi preesistenti o storici danno vita a un linguaggio formale eclettico e una nuova forma architettonica: è così che riesco a formulare una nuova storia. Sono sempre stato un narratore di storie – architettura, interior design e design sono solo i linguaggi che ho scelto per raccontarle».

Stanza preferita?

«Senz’altro la biblioteca. In realtà la uso raramente, ma c’è un desiderio reale da parte mia verso questa stanza, non so spiegarlo bene, ma forse proprio perché ho poco tempo per leggere e contemplare che trovo che quei rari momenti particolarmente preziosi».

Oggetto preferito?

«Il lampadario Mobile, una vera e propria scultura di luce cinetica costruita interamente in alluminio. L’ho disegnato per la Galleria Blend a Roma. Per me insieme al prototipo della consolle Butterfly costruito con le mie mani, sono gli oggetti che amo di più. Tutti e due hanno un significato molto forte sia da un punto di vista estetico, concettuale, che personale. Hanno infatti segnato il momento preciso in cui ho deciso di cercare casa».

La stanza essenziale della sua vita domestica

«La camera da letto: per me è un rifugio dentro il rifugio. Ho appositamente scelto una palette di colori molto tenui. Il letto è in legno di pino marittimo, un’essenza che ha un forte profumo, sa di vacanza, è avvolgente e rilassante. Gli arredi sono un bel mix di stili, dalla poltroncina Luigi XVI mangiata dal tempo al sideboard disegnato da me finito in metallo cromato, fino alla lampada Pipistrello di Gae Aulenti».

C’è un maestro che ammira (anche del passato) a cui affiderebbe la riprogettazione della sua casa?

«Carlo Mollino e Piero Portaluppi sono state le mie grandi fonti di ispirazione nel creare questo progetto. Mollino per il suo eclettismo eccezionale: non aveva paura di nulla, mescolava antichità con modernismo, neoclassicismo con architettura tradizionale giapponese. Portaluppi, invece, mi ha ispirato nella progettazione dei soffitti sontuosi e con decorazioni in gesso, come quelli di Villa Necchi Campiglio».

Cosa significa casa per lei?

«In molti mi hanno chiesto se in questo periodo avrà la meglio il minimalismo sull’eclettismo nel design delle case. Per me non è così. Le case che progetto riflettono prima di tutto le persone che le abitano, amo progettare case che hanno una forte personalità. Amo raccontare storie con i miei interior, c’è un’emozione incredibile nello scoprire un affresco sepolto sotto un controsoffitto in cartongesso. Vorrei che ci fosse in generale molta più cura e sofisticazione nell’arredare le case, non trovo stimolanti le case che sanno di contract o di catalogo, le case perfettine, ma amo le case che parlano, parlano delle persone che le vivono, dei loro sogni, dei loro viaggi. Secondo me la casa come non mai diventerà espressione di noi stessi, un luogo prezioso, espressione dei nostri sogni, delle nostre emozioni ma anche e soprattutto della nostra intimità. Penso qui alle dimore fantastiche di una Gabriella Crespi, alla casa di Carlo Mollino a Torino, a quella di Jean Cocteau nel Sud della Francia. Queste case raccolgono con delicatezza centinaia di oggetti personali, ed è questo il loro bello, è per questo che hanno carattere. Non accetto una concezione minimalista dell’architettura, è troppo riduttiva, sinonimo di assenza di personalità. Le case più affascinanti sono frutto di una curiosità che dobbiamo continuare a coltivare. Diventeranno essenza e realtà dei nostri viaggi mentali».

Come ha influenzato il lockdown il mondo dell’architettura e del design?

«È molto difficile generalizzare. Tante cose sono cambiate, come i rapporti con le maestranze, il fatto di andare in cantiere. Tante sono rimaste uguali. Nell’architettura sono stati rivalutati molto gli spazi aperti, i nostri clienti chiedono giardini, ampi terrazzi. Non è un caso se in studio stiamo lavorando in questo momento su molti nuovi progetti immersi nel verde. C’è una ritrovata voglia di contatto con la natura, di allontanarsi dalla città. Molti clienti stanno cercando formule nuove, arrivano con dei mood da casa di Aspen Colorado oppure da baita moderna della mia Alto Adige. Per quanto riguarda lo smart working, per molti una novità, per me e il mio studio è invece un modo di collaborazione praticato da più di dieci anni. Il rapporto con i miei collaboratori non è piramidale ma goal oriented (come dicono gli anglosassoni). Insieme si decide cosa c’è da fare, chi ha le migliori skills per occuparsi di un determinato tipo di lavoro. Non c’è bisogno che io controlli ogni singolo processo vettoriale, si discute in maniera adulta i risultati ottenuti.

Credo fermamente nell’utopia nel mio lavoro, sono convinto che finché sogniamo e ci proiettiamo in qualcosa di più grande, siamo salvi. Giò Ponti lo espresse con molta chiarezza, ‘Non è il cemento, non è il legno, non è la pietra, non è l’acciaio, non è il vetro l’elemento più resistente. Il materiale più resistente nell’architettura è l’arte’».

Che cosa le ha lasciato l’isolamento del concetto di vita domestica?

«Un rapporto ancora più intimo con casa mia. Mi ritengo molto fortunato perché è molto grande e spaziosa. Ne ho apprezzato ogni angolo durante l’isolamento e mi sono accorto quanto apprezzassi in realtà il piccolo spazio verde che ci eravamo creati sul terrazzo. Ho usato casa mia in tutte le maniere possibili: ho dipinto, creato le mie tele, letto tanto, fatto ricerca su arte e architettura, ma soprattutto ho lavorato moltissimo. Ho bisogno di portare aventi un progetto in ogni istante della mia vita, per me è come respirare».

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