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La pandemia di Covid-19 non mostra segni di pronta e totale recessione a un anno dall’inizio dei primi contagi in Europa e assieme alla coabitazione tra la presenza del virus e l’incerto inizio della campagna vaccinale l’Unione europea sconta una crescente incertezza sul fronte della ripresa macroeconomica. Lo avevamo detto fin dall’inizio del 2021: quest’anno sarebbe stato sull’ottovolante, una corda perennemente sospesa tra la ripresa dell’Europa e le montagne difficilmente valicabili dell’incertezza. E in Europa c’è una certezza: non sarà il 2021 l’anno in cui si riassorbiranno le ferite economiche dello scorso, disastroso anno.

A certificarlo i dati macroeconomici dell’ultimo rapporto della Commissione europea, pubblicati nella giornata dell’11 febbraio. Tassi di crescita compresi tra il 3,7% e il 3,9% apriranno sicuramente la strada a una ripresa dell’Unione nel 2021 e 2022, secondo le più recenti previsioni dell’Unione. Ma per molti Paesi un ritorno al livello di produzione e Pil del 2019 non arriverà fino alla fine del 2022. E tra questi, purtroppo, c’è l’Italia. Se la Germania ha perso solo il 5% del Pil nel 2020, per l’Italia la contrazione è stata pari all’8,8% e la crescita stimata per il 2021-2022 (attorno al 3,5% all’anno) non basterà a riportare in asse il sistema. Anche se al computo dovesse aggiungersi un impatto positivo legato al Recovery Fund che non è stato conteggiato nelle prime statistiche, complici la mole del programma per l’Italia e i ritardi sui progetti del governo uscente di Giuseppe Conte, parleremmo di una situazione difficilmente invertibile.

L’Italia si ritrova nuovamente fanalino di coda dell’economia europea anche quando i primi venti di ripresa iniziano, timidamente, a spirare. Cosa ci rende così incerti sul sentiero della ripresa? In primo luogo, la magnitudine dell’emergenza pandemica nel nostro Paese. Dai primi casi di Codogno in avanti, con 90mila morti, una vera e propria “bomba atomica” pandemica esplosa nel cuore produttivo del Paese tra Lombardia, Piemonte, Veneto ed Emilia-Romagna e la necessità per il governo e le regioni di porre in essere misure restrittive e, a tratti, draconiane per contenere il contagio hanno dato giocoforza una batosta all’economia. A cui, poi, nel corso dei mesi si sono sommate sia le logiche di una crisi simmetrica per tutta l’Europa, come il premier Mario Draghi ha ricordato sul Financial Times, sia problematiche di natura strutturale e politica.

Sul primo fronte, spiega l’Huffington Post, “su tutta l’Ue gravano ancora i rischi legati all’andamento della pandemia: l’insorgenza di varianti del virus e le incognite legate alla campagna vaccinale”. Nel caso in cui essa dovesse andare a rilento “potrebbe ritardare l’allentamento delle misure di contenimento, che a sua volta influenzerebbe i tempi e la forza delle aspettative di ripresa”. L’Italia, primo Paese-martire del Covid-19, sconta a livello sistemico più di ogni altro Paese il fatto di aver replicato e rafforzato l’errore europeo di non aver mediato con la seconda ondata del Covid-19 predisponendo strategie di convivenza e controllo selettivo e perseverando in una sostanziale “melina” in attesa del vaccino.

A questo si aggiunge la sostanziale incapacità del governo Conte II di mobilitare investimenti strategici, politiche per la crescita e tutele a occupazione, imprese e progetti di sviluppo che andassero oltre il temporaneo lenitivo dei sussidi d’emergenza. Che tutto fanno fuorché aiutare a sanare le debolezze strutturali del sistema-Paese evidenziate dalla pandemia, dalla debolezza delle imprese di fronte alle crisi di liquidità all’assenza di garanzie all’occupazione per le piccole e medie imprese dei settori sottoposti a chiusure più stringenti di fronte alla buriana della crisi globale. Aggiungiamo le continue frenate di Conte e di Roberto Gualtieri sia sul ricorso al debito nazionale sia sullo sfruttamento dei finanziamenti ottenuti con le emissioni, la famosa querelle sui “bonus monopattino”, emblema dell’incapacità di pensare alla ripresa come a un fenomeno di ampio respiro, e l’assenza di un’idea del sistema-Paese e si capisce l’entità del danno cagionato dalla mala politica alle prospettive dell’Italia.

L’Italia, nell’incertezza europea, è un osservato speciale. Quel che serve al Paese è un riallineamento delle migliori forze produttive a disposizione del sistema-Paese. Capace di far convivere i nuovi piani europei con vere, strutturate agende strategiche per lo sviluppo della nazione: infrastrutture, digitale, politica industriale, posti di lavoro di nuova creazione in sanità, scuola e servizi sono la chiave per la ripresa. Francia e Germania hanno capito che uno stimolo neo-keynesiano si impone come fondamentale punto di partenza per dare un boost al rilancio dell’Europa. L’Italia, ancora, arranca. Ma non si può affrontare l’incertezza senza un’agenda politica che fissi obiettivi e priorità: dai dati anemici sulla ripresa Mario Draghi e il suo governo dovranno partire per provare a dare una scossa e un reale slancio alla nazione, che necessita di efficaci e coerente scelte politiche.

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