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Ci sono gli attori rock’n’roll. Si muovono e parlano con ritmo, stanno dentro una loro musica scandita dalle percussioni, dentro una tradizione. Adèle Exarchopoulos invece è rap, l’armonia è imprevista, sta tutta nella gravità della sua voce.E nelle scelte lessicali. Dove un attore anglosassone, e forse pure uno di casa nostra, direbbe “Wow”, Adèle esclama: “Grave!”. Chiede con sincera sollecitudine: «Mi dici se parlo troppo veloce?» e quando riferisce del modo in cui i due cineasti belgi, Emmanuel Marre e Julie Lecoustre, le hanno proposto di partecipare al loro film d’esordio, Rien à foutre (che potremmo tradurre educatamente con “Che me ne frega”) e che avrebbe messo in fuga quasi tutti i suoi colleghi, tradisce eccitazione. «Sul set eravamo in quattro, praticamente come un documentario. Se non avevamo le autorizzazioni per girare negli aeroporti usavamo l’iPhone. La sceneggiatura non c’era e mancava il finale, grande spazio era lasciato all’improvvisazione. E di attori professionisti nel cast c’ero solo io, tutti interpretavano se stessi, è gente che fa quel lavoro».

Adèle Exarchopolous in Rien à foutre (nei cinema a cura di I Wonder).

Quel lavoro, raccontato nel film che lo scorso luglio è passato alla Semaine de la critique di Cannes e che ora vedremo al festival di Torino per poi uscire in sala nei prossimi mesi, è l’assistente di volo e la compagnia per cui Cassandra, il personaggio interpretato da Adèle, lavora, l’immaginaria Wing, è un’ultra-low-cost. La mitologia dell’hostess viaggiatrice dell’aria non potrebbe essere più lontana.

La vita di Cassandra è fatta di abbuffate a Maiorca, Varsavia, Mykonos, ispezioni corporali da parte del capo cabina («Puzzi di alcol, non ti sei depilata le gambe, quando ti sei lavata i capelli?»), duty free tutti uguali, mignon di vodka ingollate come shot in cabina e gesti ripetitivi: le uscite di sicurezza, le maschere per l’ossigeno, il pollice che scorre sullo schermo del telefono per attivare la app di Tinder (e lo pseudonimo di Cassandra è, non a caso, Carpe Diem). «Il mondo dei proletari del cielo, che finora non si era mai visto al cinema» ha scritto Libération.

Una hostess in fuga

I registi hanno cercato a lungo tra veri assistenti di volo la loro protagonista, poi hanno detto di aver visto in lei «lo spleen, la malinconia della maschera di cinema del quadro New York Movie di Edward Hopper», che mostra quello che sta dietro la facciata.

Quando mi hanno detto di voler fare un film sulla solitudine, sul senso delle cose che cerchiamo e quasi mai troviamo, sui fantasmi, sulle maschere che ci mettiamo per rispondere alle aspettative degli altri, mi sono detta “Grave!”. C’è una ragazza che ha perso sua madre e che sceglie di fuggire, diventa hostess, sale e scende dagli aerei senza troppo pensare a dove si trova, una specie di spersonalizzazione in cui cerca di dissolvere le sue ferite. Ma il suo spleen non è il mio, io non sono malinconica e non vivo nella negazione come Cassandra. Ho un sacco di amici perché in ogni cosa, nel lavoro o nella vita, quello che importa è con chi condividi.

Adèle Exarchopolous nel film che verrà presentato fuori concorso al Torino Film Festival.

Rien à foutre è anche il ritratto di una generazione, la dice lunga il rapporto col lavoro che hanno Cassandra e i suoi colleghi. Quando viene loro offerta, rifiutano la protezione del sindacato e dicono: «Non siamo qui per fare la rivoluzione».

È l’autopsia di una generazione, che è anche la mia, che non crede più. Non crede certamente che una rivoluzione sia possibile, ma non ha fiducia nemmeno nell’idea di un cambiamento. Tra i miei coetanei trionfa l’individualismo, ci diciamo: «Me la gioco da solo, vediamo come me la cavo». E quello in cui ci troviamo è anche un luogo dove non c’è più amore, nel senso tradizionale del termine. Il telefono ha preso il posto dei rapporti umani. Non guardiamo più le persone negli occhi, non ci rendiamo conto di chi ci sta attorno. Il film parla di questa assurdità.

Eppure c’è ancora un desiderio di ribellione in Francia…

Noi siamo quelli che hanno tagliato la testa al re…

Ma il racconto del mondo del lavoro che ha fatto parte della storia del cinema francese per lungo tempo, si è dissolto…

La Francia ha un côté rivoluzionario e collettivo che fa parte della sua storia. Alle ingiustizie e alle disuguaglianze noi reagiamo scendendo in piazza. Il cinema rispecchia il nostro spirito collettivo, perché il cinema è l’arma della realtà. Io adoro vedere la realtà al cinema.

Vita da hostess in Rien à foutre.

Per esempio, che cosa le hanno insegnato le hostess con cui ha lavorato?

Come truccarmi, vestirmi, come reggere il ritmo. Sono persone che non toccano quasi mai terra, che fanno quattro voli nell’arco di una giornata, passano dal sole alla neve in poche ore, a cui non ha senso chiedere quando parti e quando arrivi. Ricordo di una telefonata ricevuta dalla direttrice della scuola di mio figlio (Ismaël, quattro anni, avuto dall’ex compagno, il rapper Doums, ndr); mi ha chiamato proprio quando il mio aereo stava per decollare e mi sono detta: « Putain, per quattro ore non posso fare niente per lui». Per loro questa è la norma, con l’ansia che ne deriva.

«Voglio andare a Dubai» dice il suo personaggio. Quello sembra essere il suo obiettivo, forse il suo sogno. Ricorda qual era il suo nell’adolescenza?

È troppo bella questa domanda! Aspetti, rifletto… Io sono un tipo romantico, avevo un ideale un po’ alla Bonnie and Clyde quando ero giovane. Quando mi innamorerò finiremo per morire insieme, mi dicevo. Un altro pensiero, più modesto e in fondo realizzabile, era che con i miei amici avrei acquistato una grande casa per invecchiare insieme e che nessuno sarebbe mai stato messo in una casa di riposo.

Se c’è qualcosa che il mestiere d’attore e quello di Cassandra condividono è il rapporto con il corpo, metterlo in mostra, sottoporlo al vaglio altrui, subirne il giudizio. Ha imparato come farlo ed essere a suo agio?

È più dura mostrarmi per la promozione di un film, ben vestita e truccata, che spogliarmi davanti alla macchina da presa. E certe volte sono più dure le scene di silenzio di quelle in cui si versano calde lacrime.

La vita di Adele di Abdellatif Kechiche con Adèle Exarchopolous e Lèa Seydoux. Palma d’oro a Cannes. (Credit: c Quatsous Films/Entertainment Pictures)

La vita di Adele, il film che 8 anni fa quando ne aveva solo venti, le ha regalato la Palma d’oro a Cannes (insieme a Léa Seydoux e la regista Abdellatif Kechiche), l’ha preparata a tutto?

Sì, ho capito che ci sono situazioni, come un grande festival, che possono portarti in paradiso oppure distruggerti. Con la stessa intensità. Tre anni dopo La vita di Adele sono tornata a Cannes con il film di Sean Penn (Il tuo ultimo sguardo, la storia d’amore tra due volontari di una causa umanitaria in Africa, che a Cannes venne impallinato dalla critica senza pietà, ndr), quella è stata una lezione importante. Ho visto come il mondo in cui mi trovavo potesse essere ingiusto: il film aveva difetti, nessuno lo nega, ma quelle che ho letto non erano critiche costruttive. Si metteva in dubbio la sincera vocazione all’aiuto di Sean, solo perché è un occidentale, ma io sono stata con lui ad Haiti, so quello che è disposto a fare per dare una mano e so che non si risparmia.

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Adèle Exarchopoulos, non ha problemi con la nudità perché è partita da un film che la esponeva senza riserve?

Ho più problemi oggi di quando avevo vent’anni. Perché ora sono più grande e perché ho un figlio: non sono più capace di lasciarmi andare come allora.E forse non è un male.

iO Donna ©RIPRODUZIONE RISERVATA

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