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Accesso-lampo alle professioni? Nel Recovery il giallo delle “lauree magiche”

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L’ultima versione del Piano che il governo dovrà inviare a Bruxelles entro il 30 aprile contiene un accenno alla sostanziale abolizione degli esami di Stato per l’abilitazione professionale. Troppo vago per comprendere come possa interessare l’avvocatura

Due piani paralleli: professioni e riforme. Nell’ultima bozza del Pnrr viaggiano insieme. Parliamo del testo ufficiale del Recovery plan, che il governo dovrebbe sottoporre alle Camere nella versione definitiva entro la settimana prossima. Anzi, la ghigliottina scatterà il 30 aprile: per quel giorno il documento dovrà essere trasmesso a Bruxelles. E appunto, la novità del giorno riguarda due volte le professioni e l’avvocatura in particolare. Innanzitutto perché nell’ultima versione, il Recovery prefigura un’ipotesi non chiarissima e in teoria sconvolgente, se intesa alla lettera, per la professione forense innanzitutto: si prevede una riforma delle «lauree abilitanti», con «semplificazione delle procedure per l’abilitazione all’esercizio delle professioni, rendendo l’esame di laurea coincidente con l’esame di Stato, semplificando e velocizzando l’accesso al mondo del lavoro da parte dei laureati». Cosa vuol dire? Non è chiaro.

Uscire dalla seduta di laurea in Legge con in tasca pure l’automatica iscrizione all’Albo degli avvocati pare francamente troppo. Altro discorso sarebbe se il testo dell’esecutivo, in un eccesso di sintesi, intendesse ricomperendere anche le ipotesi allo studio del Miur, e in cui il Cnf è coinvolto, che prevedono casomai l’opportunità per gli studenti di scegliere fin dal corso di laurea un indirizzo che condurrà a indossare la toga, con l’anticipazione di parte del tirocinio, ma certo senza escludere in modo brutale le tradizionali forme del praticantato. Si vedrà. Una promessa all’Europa è di per sé vaga. L’altro binario riguarda appunto le riforme della giustizia. Il testo da perfezionare in Consiglio dei ministri spiega quanto Mario Draghi aveva anticipato alle Camere già all’atto della fiducia: l’obiettivo è «affrontare i nodi strutturali del processo civile e penale e rivedere l’organizzazione degli uffici giudiziari. Nel campo della giustizia civile si semplifica il rito processuale, in primo grado e in appello, e si implementa definitivamente il processo telematico».

Inoltre il Piano «predispone interventi volti a riformare i meccanismi di riscossione e a ridurre il contenzioso tributario e i tempi della sua definizione». Cose in gran parte note. Più interessante la novità sul penale, che consiste in un maggiore dettaglio sui contenuti del ddl all’esame della Camera (non si pala invece del ddl sul Csm, per il quale la commissione Giustizia ieri ha fissato al 17 maggio il termine degli emendamenti). In particolare, il governo «intende riformare la fase delle indagini e dell’udienza preliminare, ampliare il ricorso a riti alternativi, rendere più selettivo l’esercizio dell’azione penale e l’accesso al dibattimento, definire termini di durata dei processi». Buone intenzioni. Da verificare alla prova dei fatti.

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