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Età, patologie e terapie dei decessi. Che cosa emerge dall’ultimo rapporto dell’Istituto Superiore di Sanità, “Report sulle caratteristiche dei pazienti deceduti positivi a SARS-CoV-2 in Italia”

L’Italia ha pagato un prezzo enorme alla pandemia da Covid-19 da cui è stata travolta. Circa 132mila decessi ricordati anche dal premier Mario Draghi nel corso delle comunicazioni alle Camere alla vigilia del Consiglio europeo. Ad analizzare l’ondata di decessi in Italia a causa della pandemia ci ha pensato l’ultimo rapporto dell’Istituto Superiore di Sanità, “Report sulle caratteristiche dei pazienti deceduti positivi a SARS-CoV-2 in Italia“, che descrive le caratteristiche dei 130.468 pazienti deceduti e positivi a SARS-CoV-2 in Italia dall’inizio della sorveglianza al 5 ottobre 2021.

L’età media dei pazienti decessi per Covid 

I dati riportati dal rapporto arrivano dalla Sorveglianza Integrata COVID-19 coordinata dall’Istituto Superiore di Sanità (ISS). “L’età media dei pazienti deceduti e positivi a SARS-CoV-2 è 80 anni – si legge nel report -. Le donne decedute sono 56.792 (43,5%). L’età mediana dei pazienti deceduti positivi a SARS-CoV-2 è più alta di oltre 35 anni rispetto a quella dei pazienti che hanno contratto l’infezione (pazienti deceduti: età mediana 82 anni; pazienti con infezione: età mediana 45 anni)”. Al 5 ottobre 2021, data alla quale si è fermata la raccolta dei dati, sono 1.601, su 130.468, i pazienti deceduti SARS-CoV-2 positivi di età inferiore ai 50 anni, solo l’1,2%. “In particolare, 399 di questi avevano meno di 40 anni (245 uomini e 154 donne con età compresa tra 0 e 39 anni)”. 

Covid-19 meno fatale per le donne 

I decessi di donne sono più numerosi di quelli degli uomini solo nella fascia di età che supera 90 anni. “Questo dato è da mettere in relazione al fatto che la popolazione di età ≥90 anni in Italia è costituita per circa il 72% da donne – si legge nel rapporto -. Complessivamente, le donne decedute dopo aver contratto infezione da SARS-CoV-2 hanno un’età più alta rispetto agli uomini (età mediane: donne 85 anni – uomini 80 anni)”. 

Com’è cambiato l’andamento dei decessi nel corso delle settimane 

A partire dalla 3° settimana di febbraio 2020 (la data del primo decesso risale al 20 febbraio 2020) l’età media dei decessi settimanali è andata aumentando fino agli 85 anni della 1° settimana di luglio 2020, per poi calare leggermente. Una riduzione ulteriore c’è stata a partire dai mesi di febbraio-marzo 2021. Nella seconda settimana di febbraio l’età media era 80 anni e ha raggiunto i 72 anni nella 2° settimana di luglio 2021. “Questa riduzione nell’età media dei decessi è verosimilmente conseguenza dell’effetto protettivo delle vaccinazioni nella popolazione più anziana cui è stata data priorità nell’ambito del “Piano strategico nazionale dei vaccini per la prevenzione delle infezioni da SARS-CoV-2” – si legge nel rapporto -. Dalla seconda settimana di luglio 2021 l’età media dei decessi è aumentata leggermente restando comunque sotto gli 80 anni”. 

Le patologie dei pazienti deceduti positivi al Covid-19

Il rapporto dedica un paragrafo alla mappatura delle patologie che affliggevano i pazienti deceduti positivi al Covid-19. Questi dati riguardano, però, solo 7.910 dei più di 130mila decessi, solo coloro per i quali è stato possibile analizzare le cartelle cliniche. “Le cartelle cliniche sono inviate all’ISS dagli ospedali secondo tempistiche diverse – spiega il l’ISS -, compatibilmente con le priorità delle attività svolte negli ospedali stessi”. Il numero medio di patologie osservatene campione è di 3,7. “Complessivamente, 230 pazienti (2,9% del campione) presentavano 0 patologie, 902 (11,4%) presentavano 1 patologia, 1.424 (18,0%) presentavano 2 patologie e 5.354 (67,7%) presentavano 3 o più patologie”. Tra le donne il numero medio di patologie osservate è di 3,8, tra gli uomini è di 3,6. 

Le complicanze che hanno determinato le morti 

Il 93,6% dei decessi riporta l’insufficienza respiratoria come complicanza in seguito all’infezione da Sars-Cov2, a seguire il danno renale acuto (24,9%), la sovrainfezione (20,1%) e il danno miocardico acuto (10,2%). Le complicanze respiratorie sono presenti in maniera omogenea in tutte le fasce di età mentre le complicanze non respiratorie sono più comunemente osservate nei deceduti di età superiore ai 70 anni. “Questo dato indica che, se nelle persone molto anziane i decessi nei SARS-CoV-2 positivi sono legati a una maggiore vulnerabilità causata dalle patologie pre-esistenti, nella popolazione più giovane, che presenta un minor numero di patologie croniche, il decesso è spesso associato alla compresenza di complicanze respiratorie e non respiratorie dell’infezione”.

Le caratteristiche decessi per fascia di età

Il rapporto dedica un focus verticale sulle patologie croniche preesistenti e le complicanze legate all’infezione da SARS-CoV-2 nei pazienti deceduti, distinte per quattro fasce di età (16-59, 60-69, 70-79, 80+ anni). “Le prevalenze di cardiopatia ischemica, fibrillazione atriale, scompenso cardiaco, ictus, ipertensione arteriosa, demenza, aumentano con le età; diminuiscono, invece, con l’avanzare dell’età, le prevalenze di epatopatia cronica, delle patologie per cui è necessaria la dialisi, di infezione da HIV e di obesità; per diabete, BPCO e tumore si riscontra una diminuzione solo nell’ultima fascia di età in controtendenza alla generale crescita con l’età; per malattie autoimmuni, al contrario, si riscontra un aumento solo nell’ultima fascia di età in controtendenza alla diminuzione con l’età”. I pazienti più anziani presentavano spesso più di tre patologie, i pazienti deceduti meno anziani, invece, avevano un numero minore di patologie. 

I decessi tra i vaccinati e i vaccinati con una sola dose 

Il rapporto si concentra sull’incidenza di soggetti vaccinati, con una dose o a ciclo completo, tra i deceduti nel periodo che va dal 1° febbraio 2021 al 5 ottobre 2021. In questo periodo si sono registrati “38.096 decessi SARS-COV-2 positivi. Tra questi 1.440 sono i decessi SARS-COV-2 positivi in vaccinati con ‘ciclo vaccinale completo’ (3,7% di tutti i decessi SARS-COV-2 positivi nel periodo in esame)” e “2.130 i decessi SARS-COV-2 positivi in ‘vaccinati con contagio precoce”. I vaccinati con contagio precoce sono “coloro che, pur avendo ricevuto una dose di vaccino, non hanno potuto godere dei benefici dello stesso in quanto hanno contratto l’infezione prima di completare la vaccinazione o in un periodo in cui questa non aveva ancora stimolato una risposta immunitaria specifica tale da ridurre la suscettibilità all’infezione”. Inoltre “rispetto ai deceduti ‘non vaccinati-nessuna dose’ quelli con ‘ciclo vaccinale completo’ avevano un’età media notevolmente superiore (85,5 vs 78,3). Il numero medio di patologie osservate è significativamente più alto nel gruppo di vaccinati con ‘ciclo vaccinale completo’ (5,0 vs 3,9 patologie preesistenti) ed in particolare la presenza di cardiopatie (cardiopatia ischemica, fibrillazione atriale e scompenso cardiaco), di demenza e di cancro si è dimostrata più alta in questo campione; il contrario accade per l’obesità. Inoltre, nella popolazione di ‘vaccinati a ciclo completo’ il decesso avviene più frequentemente come conseguenza di complicanze extrarespiratorie (danno miocardico acuto) e meno frequentemente per insufficienza respiratoria”. 

Il ruolo dei vaccini 

I risultati presentati dal rapporto evidenziano che le persone decedute dopo il completamento del ciclo vaccinale hanno “un elevato livello di complessità clinica, significativamente superiore rispetto alle persone che non hanno potuto beneficiare dell’effetto del vaccino a causa di un contagio precoce o perché non hanno neanche iniziato il ciclo vaccinale”. Probabilmente i pazienti molto anziani e con numerose patologie “possono avere una ridotta risposta immunitaria e pertanto essere suscettibili all’infezione da SARS-CoV-2 e alle sue complicanze pur essendo stati vaccinati. Queste persone molto fragili e con una ridotta risposta immunitaria, sono quelle che possono maggiormente beneficiare di una ampia copertura vaccinale dell’intera popolazione in quanto ciò ridurrebbe ulteriormente il rischio di infezione”. 

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