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Subito dopo il suo insediamento alla Casa Bianca come nuovo presidente degli Stati Uniti, Joe Biden intende proporre al Congresso di stanziare 1.900 miliardi di dollari per affrontare la pandemia e rilanciare l’economia americana. Non sarà la prima volta, per Biden: quando si insediò alla vicepresidenza, nel 2009, il paese era nel pieno della grande crisi economica, e Obama gli diede l’incarico di gestire lo stanziamento di fondi deciso dal Congresso per far ripartire l’economia. Alcune cose andarono bene, altre andarono male.

È una storia istruttiva e utile da conoscere, in vista di quanto accadrà nel 2021, ed è una delle storie che racconta Una storia americana, il nuovo libro di Francesco Costa, esperto di cose americane e peraltro vicedirettore del Post. Il libro è pubblicato da Mondadori nella collana Strade Blu; Costa lo presenterà stasera in streaming con Luca Sofri, peraltro direttore del Post, dalla libreria Feltrinelli di piazza Piemonte a Milano, ovviamente senza pubblico.

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Quando Barack Obama e Joe Biden si insediarono alla Casa Bianca, il 20 gennaio 2009, il tasso di disoccupazione era cresciuto fino al valore più alto degli ultimi quindici anni, gli sfratti e i pignoramenti erano raddoppiati rispetto all’anno precedente. Nel corso del 2008 erano stati persi tre milioni di posti di lavoro, ma il ritmo stava accelerando: soltanto nel primo mese del 2009 erano stati 800.000. I dati economici dei tre mesi precedenti erano i peggiori dall’inizio della seconda guerra mondiale. Obama si era candidato promettendo di cambiare il paese, ma intanto era necessario salvarlo.

Bisognava approvare rapidamente nuovi fondi, con l’obiettivo di tamponare le conseguenze della crisi e insieme di porre le premesse per il rilancio dell’economia, ma al Congresso c’erano opinioni molto diverse sull’entità dello stanziamento e sulle misure da finanziare, anche dentro il Partito democratico. L’ala sinistra del partito chiedeva uno stanziamento di 2.000 miliardi di dollari, per programmi di welfare e investimenti paragonabili a quelli previsti dal New Deal di Franklin Delano Roosevelt, che portò gli Stati Uniti fuori dalla drammatica crisi del 1929; i più moderati, invece, pensavano che la risposta a una crisi causata dall’eccessivo indebitamento delle banche non potesse risolversi con un altrettanto eccessivo indebitamento dello Stato, specialmente vista la reputazione non eccezionale delle amministrazioni locali americane nell’evitare di sprecare questo denaro e renderlo invece produttivo.

L’amministrazione Obama era più vicina alla prima posizione, confortata dal parere della gran parte degli economisti secondo cui solo un forte aumento della spesa avrebbe potuto invertire il crollo dell’economia, ma la partita politica era ben più complessa: non solo i Democratici erano divisi, ma, anche mettendosi d’accordo, avrebbero avuto bisogno del voto di tre senatori repubblicani per approvare la legge. Biden fu incaricato di trovare questi tre voti, e li trovò: era la cosa che gli riusciva meglio, e una di quelle in cui era più diverso da Obama. «Bisogna sempre partire dal fatto che chi hai di fronte non è un idiota» disse una volta spiegando come gestiva i negoziati con i suoi colleghi al Senato, specie quando si parlava con esponenti del Partito repubblicano. Per Biden la relazione personale viene prima di quella politica, e quindi in una trattativa non cerca mai di avere ragione soltanto argomentando la propria posizione e sperando che la forza della logica sia sufficiente a cambiare le opinioni del suo interlocutore. Dove Obama faceva prevalere la ragione, con l’aria di chi aveva già pensato a tutte le potenziali obiezioni e aveva quindi una risposta per ogni osservazione, Biden diceva: ok, questa cosa non ti piace. Come possiamo modificarla? Cosa possiamo fare per darti modo di difenderla davanti ai tuoi elettori? Cosa possiamo darti in cambio? Una volta raccontò di aver ricevuto il consiglio più prezioso della sua carriera da Mike Mansfield, l’anziano capo dei Democratici al Senato che lo accolse al suo arrivo a Washington, nel 1972: «Il tuo lavoro è trovare le cose buone dei tuoi colleghi, le cose che ci hanno visto i loro elettori, e concentrarti su quelle».

Joe Biden e Barack Obama nello Studio Ovale nel 2009. (LaPresse)

Negli anni successivi, più volte i leader parlamentari dei Repubblicani avrebbero trovato frustrante trattare con Obama – «il suo punto di partenza è che conosce tutto meglio di te ed è pronto a spiegartelo» disse una volta un importante deputato repubblicano – e più volte fu necessario mandare Biden a sistemare le cose o salvare una situazione che sembrava disperata. Non c’era niente che Biden preferisse: mentre Obama detestava certe pomposità rituali della politica americana, il gioco delle parti delle trattative politiche e il tasso di ipocrisia necessario in un contesto come quello, Biden aveva investito decenni nella costruzione di quei rapporti personali a Washington e in ogni angolo del paese. Sapeva come farlo, e gli veniva bene. Se i comizi di Obama prevedevano invariabilmente che lui fosse l’unico a parlare, Biden ha sempre voluto essere introdotto da ogni genere di autorità locale, dal sindaco all’assessore, consapevole che l’onore di aprire un comizio del vicepresidente sarebbe potuto diventare un giorno l’occasione per chiedere un favore: e pazienza se il pubblico si fosse annoiato un po’. Ma Biden ha le sue regole anche quando si tratta di chiedere un favore: mai alla prima telefonata, e nemmeno alla seconda.

Il 17 febbraio 2009 il presidente Obama firmò alla Casa Bianca l’American Recovery and Reinvestment Act, che sarebbe diventato più noto solo come «Recovery Act». Dovette accontentarsi di uno stanziamento ben più magro di quanto avesse desiderato: 787 miliardi di dollari. […] Biden fu scelto come responsabile dell’esecuzione del Recovery Act, per amministrare la spesa di quasi 800 miliardi di dollari sparpagliati tra più di 100.000 progetti avendo come interlocutrici ben 28 agenzie del governo federale. Il tutto allo scopo di fermare il collasso dell’economia. […]

Barack Obama firma il Recovery Act. (AP/Lapresse)

Il team di Biden era piuttosto ristretto, soprattutto considerata la gigantesca quantità di risorse e progetti che avrebbe dovuto vagliare e approvare, ma si diede comunque alcune regole di efficienza. Ogni domanda o richiesta di chiarimenti ricevuta dalle varie amministrazioni locali doveva avere risposta entro 24 ore. E il suo staff doveva essere in grado di tracciare in qualsiasi momento ogni dollaro speso – sapere a chi era stato versato e a quale scopo – e monitorare periodicamente lo stato di quell’investimento. […]

Il neovicepresidente degli Stati Uniti telefonava personalmente anche a oscuri funzionari pubblici locali, increduli dall’altra parte della linea, facendosi spiegare i dettagli di ogni progetto, facendo pressioni perché le cose venissero eseguite a regola d’arte, urlando se necessario; e se c’erano ritardi, o qualcuno sembrava voler cambiare in corsa alcuni particolari del proprio progetto dopo aver avuto il via libera dalla task force di Biden, minacciava di ritirare i fondi. Durante un sopralluogo in una zona rurale della Pennsylvania, dove l’amministrazione locale aveva chiesto accesso ai fondi del Recovery Act per costruire un ponte, Biden chiese di vedere i progetti per capirne l’esatta dimensione. Il funzionario locale disse che li aveva nel bagagliaio, ma Biden voleva verificarli subito: fece accostare l’auto e li esaminò sul ciglio della strada, in mezzo al nulla.

I risultati di questo impegno arrivarono. Le stime indipendenti dell’ufficio di bilancio del Congresso attribuiscono al Recovery Act la creazione diretta di quasi cinque milioni di posti di lavoro a tempo pieno, oltre alla costruzione o manutenzione di 35.000 chilometri di strade, all’inaugurazione di nuovi ponti e tratte ferroviarie e alla crescita nella quota annuale di energia prodotta da fonti rinnovabili. Inoltre, nonostante in passato stanziamenti di risorse così ragguardevoli portassero in media a un 5 per cento di spesa irrintracciabile, tra progetti falliti o truffe ai danni dello Stato, già alla fine del 2009 esisteva una rendicontazione completa per il 90 per cento dei fondi stanziati – consultabile liberamente su internet – e alla fine andò perso letteralmente solo lo 0,001 per cento dell’intera somma messa a disposizione dal Recovery Act.

Ci vollero diversi anni, però, per mettere a fuoco il successo di quell’intervento, che restò a lungo molto impopolare. La trasparenza richiesta da Biden su ogni singolo progetto, infatti, contribuì in certi casi a rallentare i tempi di realizzazione ed esecuzione. Le risorse messe a disposizione dal Recovery Act, poi, erano sicuramente minori di quelle di cui il paese avrebbe avuto bisogno, e gli effetti degli investimenti furono percepiti dalla popolazione generale solo a una certa distanza dal loro impiego, un po’ perché è normale che sia così e un po’ perché non sempre le comunità locali avevano le stesse urgenze del governo federale. Poco dopo l’approvazione del Recovery Act, per esempio, Biden visitò un ponte vecchio e malandato in una zona rurale della Pennsylvania, che sarebbe stato ristrutturato grazie ai fondi del governo. Era febbraio. Dopo qualche giorno dall’approvazione del progetto, il capo dello staff di Biden telefonò agli amministratori locali per sapere quando sarebbero iniziati i lavori. A giugno, gli risposero. Giugno? Venne fuori che gli scuolabus utilizzavano il ponte quotidianamente e le strade alternative avrebbero allungato di molto il loro percorso, quindi si era deciso di attendere la fine dell’anno scolastico: una cosa sensata, dal loro punto di vista, ma che rallentò l’impiego delle risorse stanziate e quindi il sostegno alla comunità locale.

Joe Biden a Washington nel 2009. (AP/Lapresse)

Nel frattempo interi settori dell’economia continuavano a barcollare, i consumi erano scesi, il mercato azionario viveva di scossoni e saliscendi: il tasso di disoccupazione restò alto a lungo, e i Repubblicani accusavano i Democratici di aver sprecato soldi pubblici e di soffocare la ripresa tra burocrazie e regolamentazioni, con la scusa di proteggere l’ambiente o legare le mani alle banche. Il Recovery Act contribuì a limitare i danni, in quella fase iniziale, ma «le cose potrebbero andare molto peggio» non è esattamente uno slogan vincente. Infine, in qualche modo l’amministrazione Obama pagò le conseguenze di aver messo il benessere del paese davanti ai propri interessi politici, e non solo perché optò per finanziare decine di migliaia di piccoli progetti anziché pochi molto grandi e visibili, che dessero agli americani almeno la percezione della ripresa.

La legge comprendeva anche un significativo taglio delle tasse una tantum per la classe media, e nella task force si discusse molto di come operare concretamente questo taglio. La cosa più sensata sul piano politico sarebbe stata mandare a tutti gli americani coinvolti un bell’assegno firmato dal presidente, magari con una lettera che invitasse a spendere quei soldi il prima possibile allo scopo di far ripartire l’economia. Le ricerche degli economisti mostrarono però che chi riceve una grossa somma tutta in una volta tende ad accantonarla, soprattutto nei momenti di incertezza economica, mentre spalmare il taglio sulle buste paga mensili dell’intero anno avrebbe reso l’investimento più efficace. Alla fine, oltre il 95 per cento degli americani pagò meno tasse rispetto all’anno precedente, e secondo i sondaggi soltanto il 10 per cento se ne accorse.

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